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      Come entrare a Karaldur senza problemi!   25/11/2017

      Leggete qui!
         
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      Contatti con lo staff Karaldur tramite messaggistica o social network   28/11/2017

      Salve utenti,
      si crea questo topic per avvertire di un fenomeno disdicevole e che, purtroppo, si sta diffondendo sempre più:
      contattare lo staff per problematiche del server attravero social network e applicazioni di messaggistica.
      Questo comportamento, portato all'estremo, porta lo staff a ricevere notifiche, anche in tarda ora, quando dovrebbe essere concessa la tranquillità che naturalmente spetta.
      Per questo siete tutti invitati, se non esplicitamente autorizzati dallo staff che state contattando (e ciò non significa che vi risponde e basta, ma che sarebbe gradito che chiedeste se potete contattarlo per faccende di server), a non contattare lo staff di Karaldur tramite canali di messaggistica o social network nei profili privati.
      Vi sono i ticket, vi sono i topic di supporto, gli mp del forum e la chat del server.
      Grazie.
    • goldr31

      Ispezioni e lag   08/12/2017

      Leggete qui, importante!  
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      Cambiamenti regolamento   09/12/2017

      Leggere qui, importante.
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      Il villaggio di Natale è aperto!   19/12/2017

      Trovate il teletrasporto al Portale di Spes!

Gabryel1278

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  1. "Stai al tuo posto!" Gli avevano ordinato due uomini ben piazzati, vestiti di tutto punto con uno smoking nero, mentre lo strascinavano a sedere. "Va' che oggi si fa ammazzare" commentava uno spiritello. "Che scorbutici, in fondo non ha fatto nulla di male" parlava stizzita la fioraia che intanto osservava Maleseth starsene seduto tutto imbronciato su uno sgabello lontano dalla folla. "Figli di buona donna..." borbottava il becchino, che intanto ascoltava attento le spiegazioni degli scienziati. La reazione esagerata di Carl l'aveva fatto riflettere. Voleva veramente un pezzettino di quell'essere, sia da gustare che da studiare, ma la sua fama ( e fame) gli avevano rovinato i piani, facendolo apparire come una di quelle mummie tornata in vita. Un po' scoraggiato si discostò dal padiglione, solo e pensoso passeggiava verso l'uscita. Ma la mente di Maleseth non si era arresa, di fatti produsse uno dei suoi strategici piani. Con uno scatto, puntò il piede e fece un giro, indirizzandosi verso Lady Màkuron. @Miluna
  2. Mentre la folla si era spostata nell'altro padiglione, Maleseth era rimasto da solo, assorto nei suoi pensieri e nel contemplare le stelle attraverso i vetri bagnati della cupola. Tant'è che al movimento seguirono le chiamate dei fantasmini: "Ohi vecchio rincitrullito, la gente s'è spostata, vai pure te, no?" lo rimproverava la fioraia. "... Maleseth? Signor becchino?...C'è qualcuno?" lo chiamava la duchessa, ma senza nessuna risposta. Il vecchio s'era completamente alienato da tutto e da tutti, finché l'archeologo non svelò il suo antichissimo reperto. L'odore che fuoruscì dal sarcofago arrivò al naso di Maleseth che svegliandosi dal suo "sonno" ad occhi aperti iniziava a chiedersi che fine avessero fatto i presenti: "Dove sono spariti tutti?" "Sono andati di là, citrullo" li risposerò in coro le anime. "Sento un buonissimo odore di carne affumicata" diceva Maleseth, che si lasciava cadere qualche goccia di bava dalla bocca. Entrato nel padiglione e superata la fila di sedie, si accostò ad un muro dell'edificio, così da vedere perfettamente il sarcofago. I reperti, riccamente adornati da simboli e disegni, avevano destato nel becchino un interesse innaturale. In fondo chi meglio di lui aveva una vasta conoscenza in questo campo? Avvicinatosi a Carl, la vecchia mano di Maleseth prese la spalla dell'archeologo, ignorando che lo studioso fosse intento ad ascoltare la folla interessata: -Salve, io e lei non ci conosciamo, ma sono il becchino della città, il mio nome è Maleseth, appartenete alla famiglia dei Seth, il popolo dei dolci e dell'arte funebre, entrambi aspetti invidiatissimi da tutti. Ora che le presentazioni son state fatte, ho dato un'occhiata ai suoi gingilli lì. Sulla sua squisita scoperta devo dire che aleggia una nebbia di mistero e intrigo, cose che sicuramente la sua "scienzzza" non è in grado di scoprire data la scarsa presenza di dati, da quanto ho potuto ascoltare. Avrei però un po' di quesiti per lei, a cui mi saprà dare sicuramente delle esaustive domande, così da placare la mia sete di sapere: in primo luogo mi piacerebbe conoscere dove sono situati questi scavi, vorrei vedere con i miei due occhi dove tutti questi fantastici souvenir son stati trovati; in secondo luogo vorrei capire se avete idea a che specie possa appartenere il bestione nella cassetta là... l'omone alto... insomma la mummia, de che se tratta? Ultimo punto - ed a questo punto dalla bocca di Maleseth faceva capolino la lingua intrisa di saliva - sarebbe possibile ottenere un pezzettino del defunto in questione?
  3. Varcata la soglia del complesso, i raggi di luce provenienti dalle cupole di vetro illuminarono lo scuro cappotto di Maleseth che, malvisto, raggiunse la riserva scientifica, mosso da un'insana voglia di vedere cosa si era costruito sulle montagne alle spalle della sua vecchia e decrepita magione. "Oh wow, hanno rovinato il paesaggio solo per fare un po di scienzzza?" sussurrò Maleseth al gruppo di fantasmi che lo accompagnava. "Eh... che ci vuoi fare, mica comandi tu qui" rispose una vocina in mezzo al gruppetto di anime "Non ancora... non ancora..." disse Maleseth rassegnato "Ma non ancora cosa? Sei un vecchio decrepito, se fai un passo di troppo inciampi e ti rompi tutto, che già l'altro piede ce l'hai nella fossa" rispose ridendo il fratello alle sue spalle "MA... vabbeh... cambiamo discorso che è meglio" asserì il becchino, che si accorse di essere osservato dalla folla, dato che per gli altri era solo un vecchio pazzo che parlava da solo. La struttura si presentava bene agli occhi di tutti, soprattutto a quelli di Maleseth, che tirò fuori dal cappotto un taccuino nero e una matita, su cui appuntò ogni minimo particolare che notava, dando così una valutazione finale al complesso. Era uno dei pochi avvenimenti a cui la scura figura denraka partecipava, e non voleva di certo passare inosservato, cosa che li riusciva benissimo.
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  5. -[...]Il fatto si svolge subito dopo la guerra, tra la nostra Alleanza e l' Asse dei Cieli, lasciando distrutta la circondante terra, e morti tanti alla patria sempre fedeli. -Canticchiando Maleseth sulla scena arrivava, un orologio dorato faceva ruotare, scostando i bianchi corpi camminava felice e contento, doveva lavorare. -Il governo denrako lo aveva assoldato per dare una degna sepoltura ai morti che in battaglia avevano combattuto e urlato contro il nemico, là fermi a difender le nostre corti. -In vero era più un modo per allontanarlo dalla città, dopo le lamentele dei popolani bigotti, spaventati dalla sua presenza e asocialità, era arrivato a razziar i freddi giovanotti -Era come al mercato, d'oro un bracciale ritrovava, subito nello zaino sudicio riponeva, setacciando tutto e tutti intanto cantava, trovando un soldato che vivo per terra giaceva. -Essì con suo gran sgomento, sentiva per il dolor lamentarsi il poveretto così prese ad avvicinarsi molto lento verso chi si ritrovava su un rosso e freddo letto. -"Aiuto! Qualcuno mi aiuti!" gridava ferito e provato "Buongiorno, come va?" Maleseth tranquillo rideva, "Aiutami! Ti prego o finirò dissanguato!" "Vedo, la gamba è partita per nuovi fronti" felice diceva. -Il soldato malandato non più una gamba trovava sul corpo che dalla rotta pettorina timido usciva, ferite e colpi di spada collezionava , dalla testa ai piedi nessuna parte di sangue era priva. -Ma al becchino un dubbio in testa circolava "Ma tu di che schieramento sei, mio piccolo soldatino?" "Per l'Asse ho combattuto" uno stendardo dragoniano mirava "Io pensavo di esser l'unico vivo qui, mio bell'omino" -"Che stai aspettando? Cerca aiuto o morirò!" Ma nella testa di Maleseth un pensiero sinistro s'agitava, quella cosa che avrebbe fatto mai più scorderò, con la bava alla bocca,fermo pensava. -Così, sicuro di non aver compagnia indesiderata, sulle ferite il suo intruglio al miele spalmò l'uomo tranquillo e soddisfatto "Per i superni, l'ho scampata!", e invece il suo braccio con un morso staccò. -Un urlo di nero il paesaggio avvolse il sangue come un fiume violento scorreva Maleseth, con un sicuro scatto, la testa gli tolse allegro e spensierato il sangue beveva. -"Che bello il mio lavoro" penso mangiando chi fino a poco fa scappava dalla morte, trovando invece un sadico becchino, che lo condusse dritto alla malasorte.
  6. L’anziano non fece neanche in tempo a finir di leggere il manifesto che gli fu subito strappato dalle mani da una grossa figura. Era il generale Garon che appena finì di leggere quel foglio di carta si fece una grossa e grassa risata, che riecheggiò per tutta la piazza. Garon era un uomo alto e muscoloso, che a vederlo era difficile non pensare a qualche superno sceso direttamente sul piano. I capelli neri scendevano folti e scatenati lungo la schiena ricoperta di cicatrici, la quale era stata lasciata libera da qualsivoglia indumento o bardatura quel giorno. Il volto di quell’uomo rivelava un accenno di barba, difficilmente riconoscibile data la carnagione scura, e in parte nascosta da una bandana rossa e bianca legata al collo. Le braccia, decorate con tribali bianchi, erano contornate da catene d’acciaio e oro. I pantaloni azzurri, legati insieme da una cintura di cuoio a cui era attaccato il fodero della possente spada, presentavano delle macchie di sangue che si estendevano anche sugli stivali di pelle. Garon era di ritorno da una battuta di caccia con i suoi fratelli che sorreggevano il prezioso bottino: un grande cinghiale legato su un asta di legno, ricoperto di sangue e frecce. Ritornato in sé, riconsegnò il manifesto all’anziano, si mise al centro della piazza, e con la sua voce tonante esordì dicendo “COS’È QUESTA PAGLIACCIATA EH? DA QUANDO IL CIRCO È ARRIVATO IN CITTÀ? PENSATE VERAMENTE DI ESSERE PURI? SO CHE VI NASCONDETE IN MEZZO ALLA FOLLA DELLA PIAZZA! Oh signori miei lasciatemi rivelare un fatto che vi lascerà senza parole, è proprio grazie alla “gente che viene dal portale” che la nostra città si è potuta erigere. Ammirate come i vostri padri e i vostri nonni, originarie dalle più disparate terre del karaldur hanno costruito con sangue e fatica questo fiore dove ora vivete. Pensate che la loro razza si sia preservata “pura e nobile” come il vostro manifesto va decantando in giro? Proprio come in natura con gli animali, anche gli uomini subiscono mescolanze di specie ch’io non nego in nessun luogo, ma basti pensare che come risultato ha prodotto i tetti ove voi vi riparate, i pavimenti dove camminate e i letti dove vi riproducete!”. Ripreso il fiato dopo quell’orazione concluse :” Ebbene, se il vostro è un tentativo di minacciare la libertà e la tranquillità denraka dovrete passare sul mio corpo, e vi assicuro che la strada è molto, ma molto tortuosa.”. A queste parole seguirono una serie di applausi, interrotti poi solo da tre funzionari che in fretta e furia riuscirono ad arrivare a Garon, ormai sommerso dall’ammirazione della folla. “Generale Garon, la Protettrice ha indetto un incontro tra tutti i membri del Consiglio. Sembra ci siano molte altre questioni legate all’avvenimento di ieri!!!”. Quasi infastidito Garon scostò con un braccio un gruppo di persone e si diresse verso il palazzo, poi rivolto verso i suoi compagni consanguinei esclamò: “Fratelli miei, mi devo assentare , sembra che come al solito Denrak abbia bisogno di me. Portate il bottino alla dimora e consumate il pasto. Non vi curate di me”. I fratelli, scambiato uno sguardo rapido tra loro annuirono silenti e se ne andarono. “Mio generale” lo interruppe un funzionario “Deve presentarsi così? Si copra al meno il torso! Non è educato partecipare all’assemblea in queste vesti!”. Garon, di tutta risposta gli disse “AHAH! Non c’è alcun problema mio povero cittadino, se qualcuno farà storie sul mio abbigliamento vorrà dire che mi farò prestare uno dei tendoni delle vetrate e lo attorciglierò attorno a ciò che riterranno osceno. Chissà forse a qualche membro del Consiglio potrà anche piacere la visione”…
  7. Il sole era ormai basso sulla città di Denrak. Nei vicoli aleggiava quel velo di assoluta calma e tranquillità tipiche del crepuscolo. Il cielo iniziava a mostrare geloso le prime stelle, quando i cittadini si accorsero che una grossa scia luminosa solcava il firmamento. Quando tutta la popolazione vide il fenomeno, nelle piazze s’erano già riunite le prime folle di curiosi, affascinate dalla corsa che l’astro stava intraprendendo sulla volta celeste. Molte erano le domande che aleggiavano nelle menti degli abitanti, chi diceva si trattasse delle lacrime di qualche superno, altri che gli attribuivano significati di sventura o altri ancora che vedendo lo spettacolo che quella sera offriva, tenendo stretti il proprio compagno, si lasciavano andare a baci appassionati. Nel castello però la situazione era ben diversa: molti studiosi e ricercatori, sotto il caldo consiglio della Protettrice, si erano raggruppati sulle torri del castello muniti di lenti e cannocchiali nella speranza di riuscire a scorgere qualche risposta al fenomeno. La scia sembrava muoversi lentamente, e gli scienziati denraki convenirono tutti che quel fenomeno sarebbe durato qualche giorno al massimo, liquidandosi dalla riunione in tutta fretta. La protettrice, non propriamente soddisfatta della sbrigativa risposta, chiese al gruppetto di continuare a studiare la scia nei prossimi giorni e di informala di ogni eventuale mutamento della situazione. Sciolta l’assemblea, richiamò un funzionario di corte chiedendogli di comunicare alla popolazione che, in accordo con gli scienziati della città, non c’era da preoccuparsi eccessivamente, la scia avrebbe seguito una rotta verso il sud-ovest e sarebbe durata pochi giorni ancora, esortando comunque a mantenere la calma e rimanere in guardia data la natura improvvisa e sconosciuta del fenomeno. Nonostante tutto il trambusto della sera prima, la vita a Denrak riprese frenetica e felice, soprattutto per Jul, dato che in quel giorno avrebbe compiuto gli anni. Lavatasi e mangiato qualche biscotto, prese lo spuntino che la madre aveva lasciato per lei sul bancone della cucina e corse via a scuola. Dentro la bustina aveva trovato un biglietto d’auguri scritto dalla madre che esordiva in “auguri bimba mia, ti sei fatta grande e sono orgogliosa di te”. Mentre lo leggeva arrossiva e sorrideva. Jul nutriva grande stima in sua madre, dato che era l’unico punto di riferimento stabile nella sua vita. Il padre le aveva abbandonate quando la bambina aveva a malapena 4 anni per andare a convivere con una prosperosa donna dell’alta borghesia denraka. La madre di Jul si ritrovò a dover crescere da sola sua figlia, con il rischio di perdere la casa e ritrovarsi nella povertà più nera. Ma non si perse d’animo, con una volontà ferrea decise di prendere un posto come costruttore edile per la città, un lavoro generalmente fatto da uomini in quanto più robusti e adatti a sollevare carichi anche molto pesanti, ma ciò non l’aveva fermata, neanche dopo aver visto la durezza degli orari che doveva affrontare. Dare un futuro a sua figlia era l’unica cosa importante per lei. Questo Jul lo conosceva bene, sapeva come la madre lavorasse tutto il giorno per lei e ciò la riempiva di gioia e orgoglio, anche se era stata poco presente, ciò non aveva intaccato il rispetto che nutriva. Tornata da scuola nel pomeriggio, Jul aveva invitato un paio di amici a trascorrere delle ore di divertimento a casa sua, preparando dei pasti che anche da freddi conservavano intatti il loro sapore, pronti per quando la madre sarebbe rientrata a casa la notte. Salutati gli amici, ripulito il tutto e fatto un buon bagno caldo, era ormai orario di andare a letto. Nella notte, tre grandi esplosioni gettarono Denrak nel caos. Jul, in preda alla paura, corse fuori di casa per capire cosa stesse accadendo. Trovò davanti a s’è un cielo completamente oscurato dal fumo di tre grandi roghi che erano divampati in tre punti distinti della città. Le persone correvano in tutte le direzioni, anche vicino alla casa di Jul, in periferia e lontana dal caos improvviso. Ma la ragazza, con il cuore in gola riusciva a pensare solo ad una cosa: dov’era sua madre? Iniziò a correre anche lei, in quella direzione: il cantiere della torre cittadina. Avvicinatasi leggermente al borgo quasi svenì quando vide che la meta verso cui correva era in fiamme. Attraverso la gente che impazzita correva, o scappava impaurita, o si gettava nel terribile fuoco verde per salvare i malcapitati, si ritrovò ai piedi della torre che s’era trasformata in un cumulo di macerie. Mancò il respiro, gli occhi rossi, pieni del pianto soffocato dalla preoccupazione, le gambe che cedettero in preda alla fatica e disperazione. Trovò lì, in mezzo ad una macabra cornice di assi di legno rotte e pietra sbriciolata, la madre che giaceva immobile. Tutto a quel punto si fermò. Non riusciva a staccare gli occhi da quell’orrenda visione. La mente di Jul cessò di funzionare a quel punto. Cadde a terra priva di sensi. Solo dopo si capì cos’era successo. Dal corpo celeste si erano staccati tre pezzi che erano precipitati in città. Il primo più grosso si era schiantato sull’ufficio postale, spazzando via anche il cantiere della stazione; il secondo era caduto sulla forgia, facendo sgorgare il magma che gli ingegneri erano riusciti a far risalire in superficie per trarne energia; il terzo, il più piccolo, era caduto dove gli operai stavano costruendo la torre di guardia, incenerendo il legno che costituiva le fondamenta, minado la stabilità della torre. Nel castello era il caos totale, pieno zeppo di abitanti, chi impauriti, chi furiosi, chiedevano spiegazioni. Negli uffici della protettrice, i consiglieri e i funzionari correvano senza sosta, le scrivanie erano ricoperte di carte, le persone erano incredule non si sapeva più cosa fare. Era la prima volta che succedeva qualcosa di simile e la comunità di Denrak era impreparata su come agire. Lontano dalle mura del castello intanto, nell’ospedale, Jul si era risvegliata. Vi erano medici, infermieri e dottori che popolavano le sale. Le barelle in mezzo ai corridoi avevano occupato il passaggio, a quanto pare c’erano solo un numero contenuto di feriti e pochi morti, per lo più si trattava di gente che si trovava sul luogo dell’impatto per caso. La ragazza, cercò allora di parlare con qualche infermiere, intercettò vari dottori, ma della madre nessuno sapeva nulla nel reparto feriti. Rammaricato, un medico suggerì tristemente di provare a controllare nell’obitorio. Camminò lentamente, non voleva andarci, non voleva crederci, non ci riusciva. All’entrata della stanza però la realtà si fece viva ai suoi occhi. Avvolta nella coperta v’era il corpo della madre. Lasciò l’ospedale, trascinandosi verso il castello, come fosse un fantasma, capo chino su sé stessa, riusci ad entrare nel castello e raggiungere il salone. La Protettrice, che era intenta a parlare alla folla, che ormai costituiva un piccolo numero, si accorse subito di lei. Si voltò e la raggiunse “Come ti chiami piccola? Dove sono tua madre o tuo padre?” a quelle parole mise delicatamente una mano sulla guancia alla ragazza per poterla guardare in viso, attenta come se stesse accarezzando una scultura di cenere. Quando potè vederla in faccia, rimase scioccata, le lacrime avevano segnato il volto pallido della ragazza e le uniche parole che riuscì a proferire singhiozzando furono "...signora Protettrice... per favore... mi aiuti...".
  8. I portoni di denrak sono sempre decorati per questa festività
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  10. ciao sono Gabryel (TheVideoGP in gioco) ho incominciato a giocare un po' di mesi fa però mi presento adesso ciao
  11. La luna era alta nel cielo... soffiava una leggera brezza quella sera, un soffio dispettoso con l'unico scopo di svegliarlo dal meritato riposo per poi nascondersi tra le quercie ai piedi del monte. "Ho dormito troppo oggi", sospirava affranto, aggiungendo, "il cumulo di terra è veramente comodo, ora capisco perché si sta bene là sotto". Alzatosi in piedi, scricchiolate le fragili ossa e ripresa la pala, la notte di Maleseth poteva finalmente aver inizio. Era un tipo abbastanza strano. Chi lo guardava in faccia aveva la sensazione di vedere la morte negli occhi. Ci si aspettava di trovarlo cadavere ad occupare qualche bara lasciata incustodita il mattino seguente come ogni zombie che si rispetti. Nessuno sospettava che lui fosse il becchino della città, che scavasse con pale e picconi loculi e fosse per il riposo eterno di ogni cittadino. Nessuno poi, gettava sull'uomo più di un frettoloso sguardo pieno di disagio o d'imbarazzo, lasciando spazio ai pregiudizi e alla paura del diverso. Peccato, perchè sarrebbe bastato poco per notare i preziosi gioielli che portava al collo e sulle braccia, anneriti dalla sporcizia e dalla terra tombale che li ricopriva. Maleseth lo sapeva bene, nessun ladro avrebbe mai osato rubare quel marciume dalle sue mani, ed era ben attento a non lavarsi troppo spesso, (in fin dei conti, pensava, l'uomo ha da puzzà!). Attento osservatore, i suoi occhi scrutavano ogni più piccolo particolare di ogni persona che aveva a che fare con lui. Insomma, li squadrava dalla testa ai piedi. Perfino il più piccolo filo di tessuto fuori posto veniva fissato e memorizzato. Ne aveva incontrati pochi come lui, si potevano contare sulle dita di una mano, anche su quelle di Maleseth a cui mancava qualche dito. I lunghi capelli neri toccavano le spalle coprendo parte di una grossa cicatrice che aveva sulla fronte. Di solito, li legava con un nastro che, a detta di alcuni, un tempo era stato bianco... numerose sporcizie fa! Quando non utilizzato veniva piegato alla bell'e meglio e ficcato senza troppe cerimonie nel taschino del suo cappotto. In realtà, quello era l'oggetto meno strano che si potesse trovare nelle sue tasche. Il più delle volte spuntavano tentacoli e, da sotto il cappello a cilindro, qualcuno aveva giurato di aver visto due occhi gialli che si annidavano nell'oscurità dei suoi capelli. Il lamento del suo stomaco affamato lo aveva portato a dirigersi verso casa, dove, evitando l'interazione umana con le guardie di turno quella notte, era riuscito a scivolare nella dispensa. Frugando nello scaffale, riuscì finalmente a trovare l'amata confettura. Preso il cucchiaio e aperto il barattolo iniziò a divorarlo avidamente: "E' davvero buono, mi chiedo come faccia la gente a non apprezzarla... peccato non mi ricordi più il nome... oh beh fa niente, sono passati 100 anni, non se lo ricorda più nessuno come si chiamava quel tizio" pensava Maleseth. "Quello è l'ultimo barattolo che ti rimane!" "COSA? Me lo dici adesso che l'ho quasi finito? Quando pensavi di dirmelo? Ma che ti faccio infestare casa se poi non mi avverti neanche di quando ho finito le confetture di uomo mielificato? Ah?" -Hey, senti, intanto, devi stare calmissimo, non ho solo casa tua da infestare. E' un lavoro a tempo pieno il mio". "Sei un fantasma, te la puoi prendere comoda, non devi sfamare le tue carni ogni giorno come me. Poi, potevi infilare la testa nello scaffale e avvertirmi. Ora dovrò scendere a vedere se ho qualche barattolo di scorta". "Ti conviene trovare qualcuno che voglia farsi mielificcare al più presto. Con la stagionatura veloce ci vogliono comunque venti anni prima di mangiarlo. Papà non ti ha insegnato niente?" "In realtà no, ho imparato dal nonno... però ora non ho tempo da perdere, corro alle cripte, ci si vede domani o quando capita... non so." "A presto". Maleseth vedeva e sentiva i fantasmi. Era ritenuto folle dal resto della città, ma ormai non dava più attenzione ai pettegolezzi. Al contrario, aveva iniziato a sfruttarli a suo vantaggio personale, riuscendo a scoprire i segreti della maggior parte della popolazione e ad usarli come maggiordomi come nel caso dello spirito di suo fratello. Mentre correva, con la coda dell'occhio, notò un vecchietto ubriaco, seduto a guardare il fondo del fiume mentre beveva il suo liquore rigorosamente nascosto in una bustina di carta. Un pensiero gli aveva percorso la mente in quel momento, ma ora non era il caso di fermarsi, la paura di rimanere a secco di quella macabra confettura al miele gli stava facendo perder il respiro. Arrivato alle cripte con la stessa grazia di un animale morto che rotola giù da una montagna, prese di scatto la torcia e scese gli scalini di pietra. Con il cuore a mille, il diaframma quasi spezzato in due e i polmoni come palloncini sgonfi, trovò miracolosamente la forza di spostare il masso che apriva la stanza segreta che aveva ricavato durante la costruzione delle cripte. Ci aveva lavorato lui, sapeva dove aveva nascosto i suoi tesori, e quale guardia migliore dei fantasmi che terrorizzavano i poveri avventurieri sprovveduti? Solitamente era felice di scendere là sotto, nella tetra oscurità che custodiva i morti, ma quella notte aveva solo paura di scoprire di aver finito la marmellata di cadavere che amava tanto. "Oh... ho perso minimo vent'anni di vita stanotte pensando di averla finita tutta" respirava affannato "invece ho scorte per almeno altri quindici anni, quel perditempo di mio padre ha fatto qualcosa buono prima di stirar le gambe. Ora controlliamo gli altri, devo assolutamente segnarmi quando è il tempo di confezionarli" si ripeteva Maleseth completamente assorto nel suo lavoro. L'arte della mielificazione dei defunti era una pratica di famiglia, tramandata di generazione in generazione. Ovviamente la gente comune non capiva tutti i vantaggi che comportava la confettura che si otteneva da questo macabro processo e avevano chiesto più volte alle autorità di arrestare il povero Maleseth, ma quest'ultimo aveva imparato come agirare il sistema. Offriva un comodo contratto, di cui ne portava sempre una copia nel nero cappello, che solo il più diabolico dei diavoli sa fare, con una dialettica capace di far impallidire il più esperto oratore o filosofo del tempo. I bersagli preferiti erano i vecchi, preferibilmente maschi, abbandonati dai parenti e senza nessuno a prendersi cura di loro. Meglio ancora se disperati e senza casa. Il contratto prevedeva un soggiorno presso casa Maleseth, tutto incluso fino al momento del tanto agognato trapasso. Solo allora un ghigno si dipingeva sul suo volto. Presi due barattoli, risigillò la stanza nascosta e ridendo usci dalle cripte. Fuori, il vento era tornato dai boschi e si era fatto grosso. Il bersaglio tremava, intento a sorseggiare le ultime goccie di quel liquore pagato con l'elemosina della mattina. Solo gli dei sapevano cosa avrebbe dato per una dimora e un caldo giaciglio dove dormire. Fu allora che, quasi per magia, si materializzò vicino al disperato vecchietto Maleseth, il cui ghigno aveva ormai segnato il volto. "A lei piace il miele, signore?"