ilBass

Membri
  • Content count

    3
  • Joined

  • Last visited

  1. Star Citizen

    Ottimo Alikos. Tolta la battaglia grossa per il resto dovremmo riuscire a fare tutto tra noi. E direi che semplificando un po la sceneggiatura dovremmo riuscire a girare molto in relativamente poco tempo.
  2. Star Citizen

    sono d'accordo Alikos. Tieni conto che a parte le scene di combattimento dove dovremmo essere il numero maggiore possibile, per le altre che dovrebbero essere una decina, bastano poche persone. Credo che le potremmo girare più facilmente ovviamente io nella sceneggiatura ho semplificato e ridotto all'osso i dialoghi per rendere la cosa più facile per tutti
  3. Proposta - episodio pilota N.B: Nomi di luoghi persone e mezzi sono casuali. Il terreno pietroso e polveroso di LUNA, reso rovente dai raggi di SOLE, correva veloce sotto le ruote possenti dell’URSA ROVER che, incurante del caldo e del vento, procedeva a gran velocità, sospinto dalla potente propulsione. Igor guardava l’orizzonte oltre il parabrezza e la polvere attraverso lo specchietto, mentre Claudia premeva sull’acceleratore. “Pensi sia una fregatura?” Lei rispose senza senza staccare lo sguardo dal terreno davanti a loro: “La chiamata è arrivata direttamente dal direttore dell’accademia delle scienze di HURSTON”. Igor sospirò: “Già! Ma ci hanno dato appuntamento in culo ai lupi”, ringhiò. Lei sorrise e svoltò a destra. “Tra poco lo sapremo”, concluse. Quando riconobbero in lontananza la sagoma di una COSTELLATION, erano da poco passate le 11,30 e l’aria tremolante a causa del caldo dava l’impressione che la nave stesse ondeggiando. Ai piedi del veicolo c’erano due individui, ma loro erano certi che nascosti all’interno del mezzo ce ne fossero degli altri. Era sempre così. “L’unica cosa certa nelle trattative clandestine”, diceva sempre il loro vecchio maestro Frank, “è che quasi tutto quello che vedi e senti non corrisponde alla realtà”. “Faccio parte dell’accademia delle scienze e devo consegnarvi questo”, disse l’uomo dalla carnagione e dagli occhi chiari, indicando il pacco adagiato a terra. La guardia del corpo era sicuramente un mercenario. Un’armatura massiccia e armato fino ai denti. Nonostante il casco si poteva vedere una vistosa cicatrice sotto l’occhio destro. “Da questo potrebbero dipendere le sorti di gran parte della galassia”, concluse l’uomo. Igor raccolse il pacco. Era leggero. E l’uomo armeggiò qualche istante con il suo mobiglass. Quando ebbe finito, Claudia aprì il proprio e l’uomo disse: “E’ metà della somma stabilita”, sospirò, “il resto a missione compiuta”. Claudia e Igor si voltarono e tornarono sul ROVER. Durante il viaggio di ritorno verso il vicino avamposto di VATTELAPESCA, nonostante tutto fosse filato liscio, Igor aveva la sensazione di essere pedinato da una forza opprimente. “Sai quanto guadagneremo con questa operazione?” Chiese la donna con un bel sorriso stampato in volto, “più UEC di quanti tu ne abbia mai visti in tutta la tua vita”, rise, “potremmo ampliare la flotta”, concluse. “Se sono disposti a pagare tanto, vuol dire che il contenuto del pacco potrebbe valere molto di più”, disse Igor, “farebbe gola a qualunque banda criminale della galassia”. Decollarono con la FREELANCER guidata da Igor, il quale tirò un sospiro di sollievo, solo dopo aver effettuato il salto nel quantum travel. Usciti dal qantum procedettero seguendo solo le coordinate, perché dovevano mantenere il silenzio radio, fino a che videro dinnanzi a loro la JUPITER 890 che attendeva, silenziosa, nascosta tra gli asteroidi. Igor sollevò la cloche facendo compiere alla nave un completo giro della morte, poi la ruotò di 360 gradi. Rimasero in attesa osservando attentamente la sagoma della grande ammiraglia. La torretta di prua compì due giri in senso antiorario. “Ok!” Disse Claudia. Iniziarono la procedura di approccio e, attraverso il portellone dell’hangar, in pochi minuti la FREELANCER era ben nascosta dentro la JUPITER 890. L’ufficio del capitano era illuminato dai raggi di SOLE che entravano dalla grande vetrata e lui, Alikos, seduto alla propria scrivania, consultava cataloghi e prendeva appunti. La porta si aprì e Claudia e Igor, che avevano finalmente tolto le tute, entrarono. “Come è andata?” Chiese il capitano. “Tutto liscio”. Alikos aprì il mobiglass: “Max? Rotta verso Lorville”. Spento il mobiglass si rivolse a Claudia e Igor: “Domani mattina riunione. Dobbiamo organizzare le spedizioni”. Nel Bar UN BICCHIERE TIRA L’ALTRO di Lorville, come sempre l’atmosfera era cupa e le luci sfarfallanti dei neon contribuivano a rendere il locale disordinato. “Secondo me le piaci”, disse Ozzy. “Ma figurati”, rispose Igor, mentre tracannavano l’ennesima birra seduti ad un tavolo piuttosto appartato. “Ti guarda sempre”. “Dici così ogni volta, e poi, immancabilmente, te le porti a letto tutte tu”. “Bhe… se non lo fai tu, qualcuno dovrà pur accollarsi quest’onere”, rise. “*Kata ti vede*!” Esclamò Igor. “Che c’è?” “Lo vedi quell’uomo in piedi vicino alla porta?” “Che mi venga un colpo! Ma quello è ANNIBALE L’AFRICANO!”, Sospirò, “se c’è lui in giro vuol dire che la sua ghenga ha in mente qualcosa di losco”. “Dobbiamo andare a parlare subito con il capitano”, concluse Igor trascinando via un recalcitrante Ozzy che non era affatto contento di lasciare lì metà della sua birra, ma Igor non voleva sentire ragioni: l’uomo con cui quel brutto ceffo stava parlando aveva una vistosa cicatrice sotto l’occhio destro. La lussuosa sala da pranzo della JUPITER 890 in orbita sopra Lorville, fungeva come sempre da sala riunioni e quella riunione, convocata nel cuore della notte in fretta e furia, poteva essere una delle più importanti che quelle vetrate avessero visto fino ad allora. “Potremmo essere stati venduti”, iniziò il capitano ottenendo l’immediato silenzio di tutta la vivace ciurma, “per cui dovremo agire d’astuzia se vogliamo uscirne vivi”. “Le tre AURORA senza scorta per le piccole consegne partiranno domani come previsto”, ordinò il capitano. “Non possiamo far partire la FREELANCER con i due caccia di scorta, perché lo capiranno subito che il pacco lo trasporteremo in quel modo”, propose Max. Ci fu un attimo di silenzio, poi il capitano disse: “Io direi di farli partire ugualmente, ma senza pacco. Così, per attirare l’attenzione”. Discussero a lungo su come portare a termine quella consegna che diventava via via più scottante, ma ogni proposta sembrava morire prima di essere definita. E il comandante ordinò una pausa di dieci minuti per riordinare le idee. “Tu cosa farai con la tua parte di guadagno?” Chiese Max a Golgota. L’uomo sorrise: “Donne, alcool, donne, cene… donne… insomma, quella roba lì”. “E tu?” Claudia sorrise: “Non lo so. Forse una crociera di quelle di lusso”. “Ma noi viviamo su una nave da crociera”, obbiettò Max. “Sì ma, quando sei in crociera ti riposi, vedi posti esotici, e non pensi al lavoro”. “Questo è vero”. “Sei un genio!” Esclamò Fabio indicando Claudia. “Bhe… questo lo so… preferirei sentirti dire che sono una donna affascinante e irresistibile, ma come inizio può andar bene anche così”. Risero e rientrarono in sala riunioni. “Capitano?” Iniziò Fabio, “Perché non organizziamo una finta crociera di lusso e la usiamo per trasportare il pacco?”, Sospirò, “la nostra ammiraglia è perfetta e due caccia di scorta non desteranno alcun sospetto”. Era effettivamente l’idea migliore e tutti aderirono. I preparativi iniziarono subito e durarono tutta la notte, ma la cosa più importante era inserire il viaggio nei piani dello spazio porto di Lorville e avere tutti i permessi in modo da apparire in tutto e per tutto come una vera compagnia da crociera. Fu necessario registrare clienti fasulli, depositare orari e date, e accendere una speciale assicurazione per i facoltosi viaggiatori. Ma fu fatto tutto in una notte. Alle 9,30 del mattino seguente, il comandante era nella cabina di comando della JUPITER 890 che aveva appena lasciato lo spazio aereo del pianeta. “Controllo volo di Lorville? Qui è il capitano della JUPITER 890. Comunico che il viaggio della crociera INTERPLANETARY ODISSEY comincia in questo istante”. “Ricevuto”, gracchio l’interfono dal pannello di comando. “Signor Max. Rotta verso LUNAESOTICA, velocità quantum”. Il pilota armeggiò con i comandi e rispose: “Quantum drive pronto, signore”. “Attivare”. Al termine del lungo salto, quando la JUPITER 890 uscì dal quantum travel, LUNAESOTICA massiccia e ingombrante, occupava una buona fetta di campo visivo. “Comandante. Ci sono tre navi molto veloci che si avvicinano”, disse Max. Il comandante, dal proprio ufficio, ordinò: “Taylor, Corsaro. Scoprite chi diavolo sono”. I due caccia si scostarono dalla rotta dell’ammiraglia per intercettare i nuovi arrivati e la loro risposta, attraverso l’auricolare, arrivò in pochi istanti: “sono caccia di tipo BHOOOO”, grugnì Corsaro, “sono della banda di ANNIBALE L’AFRICANO”. Il comandante aprì la comunicazione con tutti gli uomini dell’equipaggio: “Allarme rosso! Armate le torrette! Trasferite il comando al ponte di guerra!” Detto questo indossò la tuta da combattimento, come prevedeva il protocollo, e uscì dalla stanza. Percorse il corridoio e scese fermandosi di fronte ad una porta anonima. La porta si aprì e lui entrò nel ponte di guerra situato proprio nel cuore della nave, dove il pilota e gli addetti alle torrette remote erano già operativi. La sua era una squadra efficiente. Su questo non vi erano dubbi. “Torretta di poppa, ok”. “Torretta inferiore, ok”. Gracchio l’auricolare. Il primo colpo si infranse contro gli scudi posteriori, mentre Corsaro e Talylor, sui loro velivoli, ingaggiavano un duello furibondo con i tre caccia ostili. “Ma cosa credono di poter fare contro di noi con tre caccia?” Esclamò Fabio, mentre sparava una selva di colpi dalla torretta remota. La battaglia proseguiva rabbiosa, ma non era facile liberarsi dei tre caccia, che certo non potevano distruggere una nave come la JUPITER 890, ma erano fastidiosi perché molto agili mentre la grande ammiraglia si muoveva con pesantezza. Uno dei tre caccia esplose a dritta colpito da una insistente raffica del caccia di Corsaro che lo aveva inseguito come un leone con la gazzella. “Bel colpo. Corsaro!” Esclamò Max mentre mentre cercava di manovrare il bestione a favore delle torrette. “Siamo la sicurezza”, rispose Corsaro, “non quelli del catering”. Ne rimanevano due. “Capitano!” Urlò Max, “Gli scudi posteriori sono andati!” “Ecco cosa vogliono fare quei farabutti”, disse Alikos, “vogliono bloccarci qui”. Strinse i pugni con rabbia: “Non devono colpire i motori!” Urlò. Ma proprio in quel momento, un forte boato scosse l’intera nave. “Colpo diretto ai motori”, disse Fabio gracchiando dall’interfono, confermando il sospetto. “Situazione motori?” “Il quantum travel è fuori uso”. “La propulsione normale?” Ci fu un attimo di pausa, poi Fabio rispose: “Uno dei collettori è instabile. Per ora la propulsione funziona, ma potrebbe interrompersi da un momento all’altro”. “Maledizione!” Un altro dei caccia nemici si disintegrò in quel momento mentre l’ultimo rimasto si allontanò inseguito dai due della sicurezza. “Ha saltato!” Esclamò Taylor. “Tentiamo un atterraggio di emergenza”, ordinò il capitano, “dobbiamo prepararci”, sospirò, “quelli torneranno con maggiori mezzi”. Non fu facile toccare il suolo senza esplodere con una nave in quelle condizioni e i motori così malconci, ma la leggendaria abilità di Max e un pizzico di fortuna, resero possibile l’operazione. “Fuori tutti i mezzi e tutti gli uomini!” Ordinò il capitano. “Ma se attaccheranno la JUPITER 890 sarà sguarnita”, protestò Max che, come ogni pilota del suo livello, viveva il rapporto con la propria nave, come se si trattasse di un legame emotivo, di affetto. “Non lo faranno. Rischierebbero di colpire il tesoro”. La FREELANCER decollò dall’hangar dell’ammiraglia e si unì ai due caccia di scorta che volteggiavano nel cielo. La squadra antiaerea uscì dalla stiva a bordo di due BALLISTA per guadagnare posizioni di vantaggio sul terreno. Tutti gli altri uomini, armati fino ai denti, sciamarono fuori dalla pancia della nave, sparpagliandosi tra le rocce. Non erano passati che pochi minuti quando Corsaro comunicò: “Arrivano! A ore tre”. Era una flotta possente, composta da XXXXXXXXXXXXX. Dal’alto, i caccia, in un gioco di picchiate e giri della morte, tentavano di colpire i mezzi di terra che non smettono di muoversi. Il cielo era cosparso di scie luminose di missili e raffiche di mitra che impazzavano da ogni direzione. Max, acquattato dietro ad un grosso masso, nel bel mezzo del fragore della battaglia, vedeva Jack, una cinquantina di metri più in là, appostato dietro ad un masso molto più piccolo e decisamente meno rassicurante. L’uomo, compagno di numerose imprese e ancor più numerosi disastri, saltò fuori dal nascondiglio per raggiungerlo e mettersi al sicuro. Proprio in quel momento il destino, raramente così infingardo, voltò le spalle al povero Jack. Una violenta raffica di mitra di uno dei caccia lo investì in pieno, scaraventandolo a terra, crivellato di colpi e con l’addome completamente spappolato. “Noooo! Jack!” Urlò Max. Si sporse per sparare a quel figlio di *Kata ti vede*, ma aveva la vista annebbiata dalle lacrime e non poté fare altro che tornare ad acquattarsi dietro a alla grossa pietra. “Squadra antiaerea! Siamo bloccati dal caccia che vola a rasoterra!” La voce del comandante era concitata. Pochi secondi dopo, due missili, in rapida successione, sibilarono sfiorando il terreno e con un’ultima deviazione centrarono l’obbiettivo che esplose in una palla di fuoco e si schiantò sul terreno. Alla fine non restò che il silenzio. Avevano vinto la battaglia e, ancora storditi, rientrarono sulla JUPITER 890 in attesa dei soccorsi. Il capitano, la pelle sudata e il fiato corto, aprì il mobiglass: “Ricky. A che punto sei?” L’uomo, alla guida della piccola AURORA, mentre il pad di decollo, insieme all’intera Area 18 rimpiccioliva lentamente alle sue spalle, rispose: “Missione compiuta. Pacco consegnato senza problemi”. ALIKOS chiuse il mobiglass: “Ce l’abbiamo fatta ragazzi”. Pochi giorni dopo, un caccia di tipo BHOOOOO entrava nell’atmosfera di LUNAESOTICA, scendendo fino a pochi metri dal suolo, immerso nella luce del più malinconico dei tramonti. Volava a bassa velocità, girando in tondo, avanti e indietro, sorvolando più volte le stesse rocce, fino a che atterrò dolcemente. L’uomo, nella sua armatura bianca decorata da inserti dorati, scese a terra. Max era il suo nome, pilota della JUPITER 890, il suo vanto. Prese a camminare lentamente perlustrando ogni anfratto, mentre il vento, sostenuto e irregolare, gli fischiava nelle orecchie. Vide un luccichio dietro ad un piccolo masso. Si avvicinò e si accovacciò per esaminare l’oggetto. Faticava a trattenere le lacrime e mentre camminava lentamente verso la BHOOOO con in mano il casco di Jack. Pochi istanti dopo la BHOOOOO decollava sollevando nuvole di polvere e si lanciava nel nero dello spazio profondo, verso nuove avventure. E in quel momento, nella sua mente risuonò una frase che Golgota ripeteva spesso: “… lo spazio è malattia e pericolo, nell'oscurità del silenzio ...” cit. (Dott. Leonard McCoy - StarTrek)