MrPotterberry

Membri
  • Numero post

    1.017
  • Iscritto

  • Ultima visita

  • Numero di giorni vittoriosi

    22

2 Seguaci

Su MrPotterberry

Informazioni Profilo

  • Genere
    Male
  • Città
    Vault-TEC
  • Interessi
    Tutte le cose che posso fare, costruire, inventare. Ma anche trovare un minuto per me. (Per voi e per gli amici, Tassoni)

Accounts

  • Minecraft
    MrPotterberry

Visite recenti

2.054 visite al profilo

Stato d'animo

  • Depresso
  • Mi sento Depresso
  1. 2) Finché l'Istituto non interagisce con l'Esterno, l'Esterno non può interagire con l'Istituto. Questo significa anche che l'Istituto non potrà acquisire informazioni dall'esterno che postdatino la sua fondazione o la fase di chiusura. Per queste ragioni e questo regolamento, scritto dallo Staff per tutti i rapporti con l'Istituto, chiedo allo Staff di cancellare questa discussione. (Taggo @goldr31 per facilitare il processo)
  2. Capitolo I Erano ormai passati tre anni, dal quel fatidico giorno: il polverone che era stato alzato dalla Guardia Cittadina, così come si era levato, tanto velocemente si riadagiò sulla fredda superficie della fiducia incrollabile che tutta la cittadinanza provava nel Rettore. Gli sguardi di dubbio, delle primissime settimane, diventarono presto cordiali cenni di saluto, soprattutto grazie ai progetti che occupavano tutte le divisioni dell’Istituto: Sistemi Avanzati era impegnata nel mettere a punto un nuovo tipo di comunicazione a distanza, mentre i sostituti del Dottor Sorin, e il Dipartimento di Scienze Umanistiche, stavano monitorando proprio in quel periodo il tatto filosofico degli scienziati. Con scarsi risultati, a quanto poteva leggere il Rettore dai resoconti. Solo il Dottor Vàpor, di Biotecnologie, ancora guardava il Rettore con un filo di diffidenza: quel vecchio pazzo non avrebbe fatto alcuna differenza, ormai, visto che il piano orchestrato da Potterberry aveva funzionato fino a quel momento. Il Rettore. Se lo ripeteva spesso quando si guardava allo specchio, appena alzato, o quando girava rapidamente sulla sua poltrona di pelle nera, nell’ufficio del Rettorato appena terminato. Lo vedeva nello sguardo degli addetti dell’SSRI, a volte troppo zelanti e prepotenti per essere chiamati “scienziati”: persino loro, nei loro sporadici deliri di onnipotenza, avevano negli occhi quella scintilla di timore reverenziale ed ammirazione. Richard Potterberry poteva qualsiasi cosa, in quella comunità così tanto affannata nella ricerca da aver bisogno di un burattinaio che tenesse i fili di tutto ciò che accadeva nell’Istituto. E fuori. Perskin sarebbe riuscito a vincere tutto ciò che c’era, imparando tutto ciò che c’era da sapere in un mondo che da quasi vent’anni non era più il loro? Ormai il tempo era arrivato, e ogni giorno che passava, il Rettore lo passava con il dubbio di star attendendo un fantasma che mai sarebbe tornato nel mondo dei vivi. « Ancora qui, Rettore?» Immerso nei suoi pensieri, non aveva sentito Keyne sostare sull’uscio dell’ufficio: era appoggiato allo stipite della porta, a braccia conserte, e guardava con la testa inclinata la confusione di cartacce e faldoni sulla scrivania laccata. « Novità?» chiese velocemente il Rettore, alzando lo sguardo scintillante. « Nessuna. Non ancora, anche se le vetrate del Centro di Ricerca Militare sono ancora chiuse, quindi..» Potterberry, deluso, abbassò lo sguardo di nuovo sui rapporti. « Nell’equipaggiamento c’era anche una guida, sia sull’ubicazione delle città prebelliche, sia la procedura per il ritorno.» rispose, secco. « Richard, potrebbe non tornare. Fuori, l’umanità, potrebbe non essere affatto quella macchina straordinaria in grado di riprendersi da ogni catastrofe. E pensa in negativo: potremmo pure essere gli unici rimasti sul piano.» Il Rettore ci pensava spesso, a quell’eventualità: l’Istituto poteva davvero essere l’ultima fortezza del genere umano esistente, in una desolata e infinita valle di cenere. Eppure aveva fatto analizzare aria e terreno, e i parametri erano esattamente quelli prebellici. Sicuramente, la guerra non aveva lacerato Karaldur. Si sarebbe potuto dire lo stesso per i suoi abitanti? « E’ un’eventualità che non possiamo prendere in considerazione, Keyne. Esiste, è vero. Ma, se non altro, stiamo lavorando per verificarlo.» L’agente, ancora in piedi, annuì, stringendosi poi nelle spalle. « C’è bisogno d’altro? Ormai è tardi..» continuò, cercando di cambiare argomento. « Sì, può mandare a casa quelli che sono ancora qui, Dottor Keyne. E può andare anche lei. Io ho cose da sbrigare, ora, ma non si dimentichi di farmi rapporto nel caso in cui la situazione cambi.» L’assistente rispose portandosi il pugno chiuso sul cuore, schioccò i tacchi e se ne andò, lasciando Potterberry con la strana sensazione di star perdendo le redini di un gioco al quale aveva dedicato gli ultimi anni della sua vita. Se Perskin fosse morto, tutto quello che aveva sopportato, tutte le angherie degli altri Direttori, tutti gli sguardi dubbiosi, sarebbero stati invano. E ci sarebbe stato bisogno di ricominciare, tutto da capo. Per quanto poteva valere un’egoistica speranza, sperava che quel timido ragazzo fosse ancora in vita. Per lui. Per l’Istituto. In assenza di un sistema di comunicazione a distanza efficace, che fosse in grado di mettere in contatto due persone da diversi centri dell’Istituto, non restava altro che legarsi alla tradizione, visitando personalmente chiunque con il quale si volesse parlare. La possibilità teorica, appunto, di un sistema del genere era stata rilegata alla prudente valutazione del Dipartimento di Sistemi Avanzati, ma l’SSRI, che ormai svolgeva tutte le mansioni dell’Ufficio del Rettorato, aveva deciso che, per incentivare gli sforzi tecnici, tutti i campanelli dell’Istituto sarebbero stati cambiati con un modello identico, che però produceva un fastidiosissimo ronzio elettrico. La produttività, poco serve a dirlo, era duplicata nel giro di pochi giorni. Purtroppo, il Rettore non era stato immune dalla decisione del suo Dipartimento e, quando quella notte sentì suonare all’improvviso, si precipitò alla porta. Non tanto perché aspettava notizie, ma per far cessare quel fracasso infernale. « Keyne?» scosse velocemente la testa, sorpreso, « Non mi aspettavo una sua visita.» « Posso entrare?» fece lui, trafelato. « Prego, prego.» Non riuscì a finire la frase che, l’assistente, entrò in fretta e si piazzò nel centro esatto del salotto. Sullo sfondo, suonava un disco jazz che era stato regalato dallo stesso Keyne qualche mese prima, ma sembrava non averlo affatto notato. « Ci sono delle novità, da parte della Guardia Cittadina. Gliele avrei portate domani, ma sembra proprio che potremmo esserci.» Potterberry sprofondò sul suo divanetto bianco, e fece cenno di continuare. « La Guardia cittadina è da qualche ora che riporta di ripetuti colpi al portone principale, che si alternano ogni mezz’ora, regolarmente.» « Tre colpi. Ogni mezz’ora esatta.» sorrise il Rettore, eccitato. « Giusto.» annuì Keyne, anch’egli quasi euforico. « Faccia convocare tutti i Direttori e i responsabili dei sottoreparti. O chi vuole. Gli dia appuntamento tra mezz’ora, alla portineria principale. Veloce!» Capitolo II Davanti alla porta si era raggruppato un largo numero di nottambuli o, solamente, di scienziati che erano stati svegliati nel cuore della notte: alcuni, addirittura, non portavano nemmeno l’impermeabile sintetico bianco d’ordinanza. Tutti, comunque, erano intenti a guardare il Rettore scambiare qualche breve parola con il suo staff dell’SSRI in maniera frettolosa, richiedendo costantemente aggiornamenti di stato di qualcosa che sfuggiva a tutti i presenti. All’improvviso, si fece come coraggio e chiese il silenzio. « Concittadini, Direttori, colleghi dell’Istituto. Vi ho mentito. Anni fa, dopo lo scandalo fatto scoppiare dalla Guardia Cittadina, alla quale comunque va tutto il mio appoggio, vi dissi che ero completamente estraneo ai fatti del quale ero stato incolpato. Ebbene, oggi vi posso dire che il progetto segreto al quale l’SSRI, da anni, stava lavorando, è giunto finalmente a termine.» Il Dottor Vàpor, udendo quelle parole, sbottò di rabbia: « L’Istituto era stato aperto, allora! Hai messo a rischio la nostra stessa incolumità per i tuoi progetti dissennati, Richard! Chissà cosa può essere entrato!» Altri, seguendo l’esempio del Direttore di Biotecnologie, iniziarono a rumoreggiare. « Colleghi! Per cortesia!» gridò Potterberry cercando di riportare tutti all’ordine, « Dottor Vapor, nei giorni successivi ho incaricato i miei di svolgere ricerche sull’aria di questa zona, e i filtri non hanno individuato alcun materiale tossico. Ed è per questo che sono stato estremamente speranzoso che questo giorno arrivasse. Oggi, se i miei sospetti sono fondati, sarà un giorno che passerà alla storia.» Ci fu un attimo di silenzio, che il Rettore aveva calcolato quasi matematicamente, e in quello stesso secondo si sentirono, chiari e forti, tre colpi sul portone più esterno. « Ho bisogno della vostra fiducia, ora. Dottor Keyne, quando vuole.» L’assistente del Rettore, seduto sulla postazione del guardiano, azionò la leva principale con un sorriso sulle labbra. Il gigantesco muro di ferro cigolò, pianse e tremò, prima di convincersi ad issarsi sollevato dai grossi motori interni al corridoio. « Con questo primo portone, noi ci siamo chiusi nel nostro terrore e nella nostra disperazione. Dietro questo primo portone, abbiamo nascosto le nostre insicurezze, le nostre ansie, e abbiamo costruito un futuro migliore, sottoterra. Una società nella quale ognuno di noi, nel suo individualismo, può costruire un domani migliore per tutti, per la collettività. Un domani senza malattie, un domani dove la cultura e la ricerca, siano una cosa sola, disponibili in abbondanza e per tutti. Con la nostra fantasia abbiamo avuto la possibilità di ideare tutto questo, e le vite dei tanti amici e parenti morti nelle gallerie ci hanno permesso di crearlo. Ora abbiamo il dovere di sapere cosa c’è là fuori e fare del nostro meglio per aiutarlo. Noi, l’Istituto. Abbiamo il mondo in pugno, e uniti possiamo fare qualunque cosa.» A quelle parole, una dozzina di guardie in assetto di guerra scattarono sul piccolo corridoio che separava il portone interno da quello esterno. In un attimo, caricarono i fucili a rotaia e li puntarono verso il metallo intonso della porta. « Keyne, quando vuole.» Senza attendere nemmeno un secondo, lo scienziato azionò la seconda leva della sua postazione, riproponendo ai presenti lo stesso concerto di motori arrugginiti e fischi, mentre, a poco a poco, la parete di metallo si alzava e la fredda aria invernale della grotta inondava i polmoni degli scienziati stupefatti. Una figura, alta, sporca e stanca, era in piedi, fuori dal portone: il suo lungo cappotto di pelle era ormai lacero e consunto, ma ancora fiero e minaccioso. Le spalle muscolose reggevano uno zaino enorme, colmo di carte, appunti ed oggetti misteriosi mentre in mano stringeva una rudimentale lancia fatta con vari pezzi di fucile a rotaia, ormai distrutto. Il viso, scavato dal tempo, era sporco ma dai suoi occhi si poteva intravedere una felicità fuori dal comune. Alzò la mano, mentre le guardie abbassavano le armi e qualcuno lo riconosceva, anche dietro quella coltre di sporco. « Ma è Perskin!» gridò qualcuno. « Non era morto!» urlò qualcun altro. Il ragazzo, ancora in piedi, chiuse la mano e se la piazzò sul cuore. « Sono tornato a casa.» sussurrò. Capitolo III Le analisi e i test sulla salute di Perskin durarono qualche ora: l’intera collettività fu svegliata dalla notizia dell’apertura, seppure per pochissimo, dell’Istituto, e tutti volevano vedere “l’uomo dall’Esterno”, che conservava nei propri occhi tutto ciò che aveva visto. Oltre le poche parole scambiate con qualcuno, non aveva più aperto la bocca, e fece quasi scoppiare una rissa quando due agenti dell’SSRI provarono a prendere in custodia il grosso zaino di cuoio. Il Rettore aveva coordinato tutte le analisi, compiute dai Direttori dei Reparti, personalmente: Vapòr aveva compiuto un check up completo, allargandolo ad ogni singola malattia o semplice disturbo fisico negli archivi dell’Istituto. Successivamente, procedette ad un’analisi dal punto di vista psichico, non trovando comunque gli estremi di un disturbo post-traumatico. « Mi sembra sano come un pesce, Perskin. Lodevole, ma questo non rende tutto questo meno crim..» « Dottor Vàpor, come ho detto a tutti, l’iniziativa è stata mia. E se lei conoscesse un po’ di più qual è il suo posto, eviterebbe di dare pareri non medici. Se abbiamo finito, prenderei il paziente sotto le mie cure.» Il vecchio Direttore annuì, scuro come la pece. « Tre anni fa le ho offerto un bicchiere di vino, Perskin, e ora voglio brindare con lei per il suo successo. Indipendentemente da ciò che ha scoperto in questi anni.» L’uomo, lavato e ancora in silenzio, si era seduto sul divano dell’alloggio del Rettore: appariva più sicuro di sé, agli occhi di Potterberry, e in fondo alla sua coscienza aveva perfino paura di chiedergli il suo rapporto. Con un colpo secco stappò la bottiglia di freddavite, riempiendo i calici fino all’orlo. Richiuse la bottiglia ambrata, e ne diede uno al collega. « Rettore, le voglio chiedere una cosa. E la prego di rispondermi in tutta onestà.» iniziò rompendo il silenzio nel quale si era calato fino a quel momento. « Ha la mia parola.» « Bene. Ho pensato molto, in questi anni, a come iniziare questa discussione: man mano che si aprivano valli incontaminate e boschi ululanti, davanti ai miei occhi compariva la mia casa, i miei amici e i miei famigliari. Compariva l’ultima serata passata tra queste mura, il viale deserto per via della festa di diploma, il rosso del vino. E’ questo che mi ha spinto a svegliarmi ogni giorno, mettere un passo davanti al precedente, ed esplorare tutto ciò che era possibile esplorare. La domanda è questa: se vivesse in una menzogna, vorrebbe sapere la verità, anche se potrebbe essere capace di far crollare il suo intero mondo?» Lo sguardo del Rettore si perse tra i flussi del liquido che teneva in mano: le bollicine nascevano sul fondo del bicchiere, correndo veloci fino alla superficie frizzante dove scomparivano. Anche quella, era un’eventualità che il Rettore aveva preso in considerazione: non le aveva mai dato molto tempo, molto spazio, ma a volte si insinuava come una serpe nella bassa vegetazione dei suoi pensieri, mordendolo alla nuca. Il volto di Perskin, reso duro dagli anni di solitudine e privazione, non tradiva alcuna emozione, se non una velata rabbia e una ancor più sottile compassione, leggibili dai bruschi ma impercettibili movimenti delle sue sopracciglia. « James, abbiamo la responsabilità di un intero piano, nelle nostre mani. Non potrei abbandonare né la curiosità della conoscenza, né eventualmente le popolazioni che potrebbero avere bisogno di noi.» Perskin, appena udì il suo nome, sorrise: era però un sorriso mesto, non di allegria, ma di qualcos’altro. Invidia? Cosa stava invidiando? « Siete così ingenui, voi. Tutti. Abbiamo aspettato diciassette anni prima di convincervi a provare ad uscire. Nessuno ha bisogno di voi, là fuori.» Il Rettore chiuse gli occhi, preparandosi a quella che era un’inevitabile accoltellata. « Il mondo prospera. Karaldur, prospera. Fuori dall’Istituto, il mondo non è cambiato. Forse è più bellicoso, o forse più diplomatico e pacifista. Nuove città vengono costruite, e a Spès, dove ho passato la maggior parte del mio tempo, raccogliendo informazioni, è una città ridente e scoppiettante di vita, cultura e commercio. Siamo stati ingannati per tutti questi anni. Per diciassette lunghi anni abbiamo atteso nella paura di essere alfin scoperti dai Superni. Abbiamo lavorato incessantemente per conquistare tutta la nostra tecnologia, vivendo con il dubbio che potesse essere vana. E, invece, non c’è mai stato nulla da temere.» Il Rettore udiva in silenzio, riuscendo solo, e a malapena, a respirare a pieni polmoni: i suoi muscoli erano tesi, la sua faccia contorta in una maschera di puro terrore. Perskin si alzò, appoggiò il calice sul tavolo del salotto, e mise una mano sulla spalla a Potterberry, ancora impietrito. « Vado a casa a preparare il rapporto completo. E lo consegnerò ad ogni Direttore: è qualcosa che non può rimanere unicamente all’SSRI. Buonanotte.» Il Rettore annuì piano e, non appena Perskin fu uscito di casa, spense la luce, sprofondando nel buio. Capitolo IV La seduta straordinaria del Direttorio non si fece attendere molto, così come l’esplosione mediatica che il “Caso Perskin” suscitò nell’opinione pubblica: il rapporto fu reso pubblico dai Direttori non solo durante una riunione al Centro Relazioni Internazionali, mai più adatto a questo scopo, ma venne altresì consegnato all’Institutional Occurences, per la pubblicazione su una edizione straordinaria e catalogato con il livello di autorizzazione I1. Era la prima volta, in tutta la storia dell’Istituto, che un documento così importante veniva messo a disposizione di chiunque volesse leggerlo. Il Direttorio, quella mattina, venne organizzato proprio allo stesso Centro Relazioni Internazionali che in quell’ultimo periodo era sempre trepidante di vita: i cinque direttori sedevano al lungo tavolo, solenni nelle loro alte divise ufficiali, guardando l’intera folla accalcarsi per prendere posto. « Penso che potremmo iniziare.» incominciò Potterberry sistemando la pila di carte che aveva davanti. Gli altri annuirono, colorando i loro volti di smorfie annoiate, com’era da tradizione. « Tutti voi sapere, colleghi Direttori e membri del pubblico in audizione straordinaria, che non siamo più soli: l’Esterno non ha mai visto una guerra apocalittica tra genere umano e Superni corrotti. La nostra stessa società è frutto di un errore di valutazione capitato ben vent’anni fa. Ci siamo isolati, nella nostra paura, ma abbiamo costruito qualcosa che vivrà nel futuro. La nostra determinazione è stata incrollabile, il nostro spirito forte: abbiamo scavato e costruito un’opera che non può essere sottovalutata da nessuno, un’opera che dipinge perfettamente la forza interiore dell’Istituto. L’Istituto deve andare avanti, lo deve fare per i nostri ideali che non sono minimamente cambiati: dovremo lavorare per progredire tecnologicamente e culturalmente, arrivando a rivoluzionare la figura stessa dell’uomo e del genere umano tutto. Dobbiamo mostrare all’Esterno, semmai ci scopriranno, che l’Istituto è stato capace di creare tutto questo con il raziocinio e la scienza, non con le superstizioni e le becere ideologie politiche. La nostra ideologia è l’uomo e il futuro, e questo non cambierà mai, indipendentemente dal fatto che esista un Esterno che potrebbe minacciare la nostra incolumità, o meno. Andremo avanti, colleghi, e marceremo in un sole più glorioso, senza paura.» L’intera aula scoppiò in un fragoroso applauso unanime, e così fecero anche i quattro Direttori, alzandosi dalle loro sedie. Il Rettore. Se lo ripeteva spesso quando guardava il suo riflesso in un calice di vino, o quando ascoltava in silenzio un brano sul giradischi. Lo vedeva nello sguardo delle persone in piedi ad applaudirlo, scienziati che avevano sacrificato tutto per un bene più grande: nei loro occhi, poteva vedere tenacia e fedeltà incrollabile verso tutto ciò che l’Istituto era stato per vent’anni a questa parte. Richard Potterberry poteva qualsiasi cosa, ma non perché tiranno, ma perché aveva loro, una società inaffondabile, devota alla causa e pronta per superare le sfide del futuro e dell’Esterno. Per loro. Per l’Istituto. Per l’umanità, rivoluzionata.
  3. Alla cortese attenzione del Dott. NICHOLAS SORIN, Direttore del Reparto di Scienze Umanistiche. Dottor Sorin, Nicholas, spero che la malattia che l'ha colpita durante il suo raduno non abbia pregiudicato la sua lucidità e la sua forza nel smuovere le coscienze dei molti che hanno partecipato all'iniziativa. Purtroppo, per ragioni di amministrazione e altri progetti di cui non posso fare menzione in questa sede, non ho potuto partecipare al convegno, anche se il Dottor. Wisley, che partecipava privatamente, mi ha informato di quanto detto. Se può rincuorarla, in questo momento poco piacevole per lei, finché l'Istituto sarà amministrato da gente assennata, la natura sarà ciò che più di tutti ci impegneremo a proteggere e garantire, seconda solo alla nuova forma che le nostre ricerche stanno dando al concetto stesso di umanità. Speranzoso nella sua pronta guarigione, vi invio cortesi saluti. RICHARD POTTERBERRY RETTORE DELL'ISTITUTO Direttore del Reparto di Servizi Segreti e Relazioni Internazionali
  4. La sola pubblicità è il senso che TU dai al tuo voto e a quella lista. Io voto in base ai contenuti e alla qualità dell'intero apparato server ed è il significato che IO do al mio voto. Il voto è soggettivo e personale, non si deve biasimare nessuno se, in un sistema come quello di MCITA, persone danno al proprio voto significati differenti. E incolpare gli utenti perchè non creano contenuti è come incolpare i membri di una sessione di D&D perchè non vanno avanti nella campagna con un Game Master latente. Non é il loro ruolo creare contenuto, oltre alle semplici festicciole che uno può organizzare, e che sono state organizzate, nelle città. Ma non é abbastanza.
  5. E mi sembra un ragionamento logico: gioco, mi lamento dell'assenza di dinamicità e non mi sento in grado di pubblicizzarlo agli altri. É come un hotel che pubblicizza piscina-ristobar e piano jazz, che poi alla fin dei conti non ha nulla di tutto questo: sì, ci si sta bene perchè è comodo ed è quello nel quale sei sempre andato, ma gli metteresti 5 stelle su tripadvisor visto che devi valutare anche cio che c'é e ciò che i gestori sostengono ci sia? (E legandosi a questo: spesso è come dare la colpa ai clienti del suddetto albergo della non esistenza del piano bar perchè dovrebbero costruirselo. FW è un servizio,un gioco che deve essere competitivo, e io questa voglia di competitività non la vedo, ora, quindi non sostengo un progetto nel quale ORA sembra credano poco pure i loro gestori)
  6. I ripetuti insulti che non ci sono stati? Ti ho detto che hai fracassato il fracassabile a molti, nella tua breve permanenza sul server, e ti ho spiegato i vari motivi. Com'è che avevo detto? Supponente e gradasso? Non mi sembrano insulti, aggettivi al massimo, un mio modo di definirti. L'unico che offende le altre opinioni sei tu, dicendo che tutti coloro che si lamentano non valgono un fico, che dovrebbero vergognarsi e accettare tutto ciò che gli viene dato in silenzio. Io in silenzio non ci sto, non ci sono mai stato, e sicuramente non inizio a starci perchè me lo dici tu. E, spesso e volentieri, lo Staff mi da ragione, anche se spesso mi rendo antipatico, perchè tutti sanno che mi lamento, uso termini accesi e spesso faccio finta (e voglio sottolineare finta) di non vedere ciò che lo Staff fa per poter argomentare meglio le mie critiche e spronarli di più, ma comunque a questa community ho dato, do e continuerò a dare molto di più di semplici "Non lamentatevi". PS di modifica: questo è anche il perchè, secondo me, non ha senso votare, ora come ora. L'ho già detto, e finchè non vedrò smuovere le acque, non penso sia la risposta spingere gente, grazie ai voti, a giocare in un server che ha livelli di utenza così bassi. Entrerebbero per poco, si stancherebbero subito, e farebbero una pessima pubblicità, ora.
  7. E' il concetto che è sbagliato: voto un contenuto, voto un sistema funzionante e un server che ha potenzialità e dove queste potenzialità vengono sfruttate. Votare adesso vorrebbe dire "Anche se il server non offre niente, si vota lo stesso così arriverà gente, che magari si stuferà perchè non ci sarà content e quella gente, ottenendola ora, non la riotterremo mai più perchè avrà avuto una pessima opinione di FW". E' quasi controproducente, vista in questo modo. Aspettiamo che torni il content, e poi valutiamo se votare e attirare gente.
  8. Risposta seria: attualmente, per cosa si dovrebbe votare il server? Perchè è aperto? Equivale a dire "Votate il partito Giallo, esiste!"
  9. Questa discussione può tutto, ma Mayuri può cortesemente passarmi il fatto che ora, in questa risposta, mi lamento del fatto che lo Staff, oltre ad un "Lo Staff sta seriamente prendendo in considerazione questa discussione", che vale come la mia risposta diplomatica "Lo Stato con l'Esterno dell'Istituto è al momento chiuso, questo messaggio si ripeterà", è stato completamente assente? E' una discussione da 128 messaggi, alcuni sono inutili (come la sequela di questi), altri, molti altri, introducono idee/lamentele costruttive che oltre ad un "Visto eh", dello Staff, non hanno attirato praticamente alcun commento, appunto, dello Staff a livello generale o dello Staff Tecnico. Se ci fosse uno Staffer che ci aggiorni sulla situazione e le idee che sono state prese in considerazione e quelle invece scartate, si potrebbe partire con una base per una futura discussione, se no tutte le idee potrebbero essere semplicemente buttate nel cestino.
  10. Premiare una cosa vuol dire: premiare. Ho il sentore che si stia preparando una patch enorme da rilasciare a Settembre, quando si pensa che tornerà il grosso della gente: in questo modo è come se si dicesse a chi gioca ora, in un server semi-vuoto "Guardate, voi non siete importanti, preferiamo aspettare quando torneranno tutti e dare contenuto a chi non si è fatto mai vedere, piuttosto che darlo a voi che ci siete sempre e che potreste avere un vantaggio immediato nel nuovo contenuto." Ma ripeto, questo è solo un sentore, gradirei essere smentito da qualcuno dello Staff che mi dicesse "No, guarda, stiamo lavorando e appena salta fuori qualcosa lo implementiamo". Poi, per Mayuri: io penso che nella tua brevissima storia in questa community tu ti stia facendo odiare dal più alto numero di persone. Tralasciando il tuo spudoratissimo lecchinaggio verso lo Staff (che ti dico che non penso che apprezzino, perchè sono persone diverse dal resto degli Staff che puoi trovare nei server di minecraft, ovvero persone con un minimo di materia grigia nella testa) e il fatto che pensi di essere lo Statista sceso in terra (Città nuova-innovativa-supèr (EOS, anyone?), grandissimo personaggio che riesce a mobilitare tutti (non ho ancora visto niente che abbia mobilitato qualcuno fatto da Nocturna)), stai fracassando le maracas da mesi dicendo che la gente non si dovrebbe lamentare. Cosa siamo, a Chioggia? Io ho non solo il diritto, ma pure il dovere di lamentarmi. Mi lamento perchè gioco da un'infinità in più di te, su questa community, come molti altri che si lamentano, del resto, e la scelgo e la sceglierei sempre su tutte le altre community italiane. Non solo perchè ormai è piena di gente matura, ma anche perchè è amministrata da gente (un po' svogliata, okei) matura. Mi lamento perchè voglio che il maggior numero di persone capisca il mio punto di vista, apprezzi ciò che dico in qualità di mancanze che intravedo nell'apparato di questo server, e voglio che lo Staff, attraverso ANCHE le mie lamentele, migliori costantemente un server ricco di potenzialità dal punto di vista dell'utenza. Se a te le critiche non vanno giù perchè, Freudianamente parlando, sei stato vittima di bullismo da piccolo (???), non è un problema mio: la community continua a migliorare SOLO GRAZIE alle critiche, e sicuramente non grazie ai tuoi "VA TUTTO BENE RAGAAZZI, PASSATE LA CANNA WEEEE CHE SBALOOO". (PS: non piangere dicendo "EH MA IO LE SCORSE ERE NON C'EROOO" perchè non attacca proprio con nessuno.)
  11. Mi sa che qui è stato un attimo travisato tutto. La diplomazia, all'interno dell'Istituto, è palese che sia oggetto del reparto di Servizi Segreti e RELAZIONI INTERNAZIONALI, del quale Io, Potterberry, sono direttore, padre e padrone. Ciò che viene fatto della diplomazia dell'Istituto è sottoposto alle mie modalità, mio uso e consumo. E no, l'Istituto non utilizzerà le missive, ma inviati per rapporti vis-à-vis: se ad alcune potenze non andrà bene, l'SSRI semplicemente ignorerà le missive, come se lo stato di apertura fosse ancora "Chiuso". Questo rientra nelle facoltà di scelta della diplomazia di una città, ed è insindacabile, visto che penso sia innegabile la libertà negativa di diplomazia (scegliere se ignorare o meno i contatti diplomatici) : ciò che ho pattuito con lo Staff è solo unicamente legato alle guerre e consiste nel fatto che le guerre possono essere dichiarate all'Istituto con qualsiasi mezzo, in qual