MrPotterberry

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  1. La barchetta scivolava placida sulla superficie dell'acqua congelata del Nord come se fosse sulla lucente superficie di un mare d'olio: Alexis aveva alzato qualche perplessità sulla bontà dell'idea di navigare in quel periodo dell'anno, ma si era subito rassicurata vedendo le condizioni del mare aperto. In effetti, le tempeste che avevano sconvolto il tratto di mare intorno all'isola sotto la quale sorgeva l'Istituto si contavano sulle dita della mano, e questo aveva anche permesso, nei momenti più luminosi della struttura, di scavare intere sezioni di laboratori e quartieri abitativi sotto il fondale sabbioso. La maggior parte dei quali sarà pressoché in rovina, ora, considerando che non erano stati terminati, pensò Potterberry stringendosi nelle spalle e costringendosi a guardare Alexis. La ragazza ancora remava, contraendo i muscoli delle braccia in uno sforzo quasi inumano per quell'esile corpo avvolto in uno spesso cappotto: goccioline di sudore congelato le imperlavano la fronte chiara baciata dal sole e le gote, leggermente rosse, contornavano un ghigno di fatica. "Penso tu abbia fatto abbastanza, giovane Alexis. Lascia che ti dia una mano". Lei lo squadrò, poi scosse la testa. "Se glielo permettessi, mio signore, mio nonno non potrebbe mai perdonarmelo." Arthur alzò gli occhi al cielo, spazientito. "Dammi questi remi, ragazzina cocciuta!" Glieli strappò leggermente di mano, senza risultare troppo aggressivo o soverchiante, ma cercando di farle capire la propria autorità in un modo più fisico possibile. Non è nel mio stile, ma penso proprio che dovrò abituarmici. "E ti ho già detto di non chiamarmi "mio signore"." continuò, immergendo i remi in acqua. "Il Gran Maestro si è raccomandato molto, appena ha saputo che mi avevate scelto come vostra assistente, anche se lui preferisce il termine "apprendista". E ha anche accennato al fatto che vi sareste lamentato molto, di questo." aggiunse con un sorriso radioso, chiudendo gli occhi. Potterberry alzò di nuovo gli occhi al cielo. "Apprendista, quindi. Bene." sentenziò, continuando a remare, "Immagino che in questi giorni tu sia riuscita a inviare a Spès qualcosa ai nostri contatti." Alexis lo guardò stupita: "Lo avrei fatto senza dubbio, mio signore, se i contatti che mi aveste dato fossero stati aggiornati, almeno all'ultimo decennio. Penso che l'Istituto abbia perso qualsiasi valido informatore e molto della sua influenza politica su Spès almeno un decennio fa." rispose, stringendosi nelle spalle con un'aria di scuse. Potterberry sospirò, e quasi si chiese per quale dannata ragione stesse viaggiando con quella ragazzina, su quella barca, verso quella destinazione. A ogni colpo di remi, il sospetto cresceva sempre più nel suo petto e la cupa rassegnazione prendeva il posto alla speranza di ritrovare volumi e tomi perduti nel tempo: se ciò che l'aveva spinto, a inizio viaggio, era ripercorrere le gesta di suo nonno, che tutti ricordavano come un grande esploratore, ora non provava altro che delusione per se stesso e per il progetto nel quale aveva seppellito tutta la sua giovinezza. "L'Istituto è morto, mio signore." cominciò Alexis, cercando di scomporre il miscuglio di piccolissime espressioni che guizzavano nel viso dell'uomo, "Penso che il Gran Maestro sia un uomo non troppo affidabile, ma ha dato a molti di noi una speranza e una patria." "Non hai visto ciò che ho visto io, ragazzina." Arthur era cupo di rabbia. Le sue braccia, immobili, sembravano essere diventate tutt'uno con il legno dei remi e i suoi occhi, vuoti, erano così neri che a fatica si distingueva l'iride dalla pupilla. Fissava un punto lontanissimo, ben oltre il viso della ragazza che lo guardava, sgomenta. "Non era passato molto tempo da quando avevamo deciso di chiuderci.. a tutti noi Direttori era sembrata la scelta migliore da fare con una guerra alle porte. La nostra conoscenza andava preservata, la nostra tecnologia andava preservata. Oh, le meraviglie che eravamo riusciti a creare..." Gli occhi dell'uomo iniziarono a luccicare, sotto il debole sole del Nord. Alexis ricacciò indietro la curiosità di chiedergli di continuare, sperando che il silenzio che era calato si interrompesse tanto velocemente come era giunto. Ma quando fu quasi sicura di non poter sentire il resto della storia senza domandarlo, ecco che impercettibilmente le labbra di Arthur ricominciarono a muoversi. Il luccichio era sparito. Nei suoi occhi c'era solo una rabbia sorda. "Quando fu chiaro a tutti che la chiusura aveva bloccato al nostro interno una setta deviata dalla religione, il nostro Rettore pensò bene di ignorare tutte le nostre richieste di andare al fondo della questione. Mentre molti vedevano vacillare il potere del Direttorato, altri, centinaia, rischiavano ogni giorno la vita per mantenere sotto controllo una situazione ai limiti dell'anarchia: validi ricercatori e amici venivano uccisi ad ogni ora, e i loro corpi arsi dal fuoco di cultisti sempre più aggressivi." "E il Rettore? Chi poteva mantenere il controllo se non lui?!" gridò la ragazza, cercando di chetare le urla di morte che il racconto aveva evocato nella sua testa. Potterberry rinvenne, e il suo sguardo fu di nuovo quello pieno e caldo di sempre. "Sono anni che preferisco non rivivere, giovane Alexis." rispose con un sorriso, lanciando uno sguardo verso il fondo del mare. "Io devo sapere! Tutti devono sapere! Il tradimento non può essere dimenticato… almeno per onorare coloro che il tradimento l'hanno subito sulle loro vite." fece la ragazza con determinazione. "Tu… tu non devi sapere, giovane apprendista. Tu vuoi, sapere. Se ciò che colui che chiami "Gran Maestro" vuole è fondare il vecchio Ordine Templare, allora il mio compito è addestrarti alle vie della virtù, dell'onore e della saggezza. E guarda dove ci ha portato la sete infinita di conoscenza. Noi volevamo sapere, ma non avevamo un perché. Certo, voler migliorare l'essere umano sotto ogni aspetto è un gran fine, certo. Ma la nostra sete di conoscenza, sregolata da ogni morale e ideale autentico, qualcosa per cui vale davvero la pena vivere e morire, ci ha portati all'estinzione. Tu non sai ciò che ho visto io, in quegli anni." "Insegnami." gli disse lei con un filo di voce, stringendo i pugni sui pantaloni di stoffa pesante. "A tempo debito. Abbiamo molto da imparare, giovane Alexis." le rispose sorridendo, poi la sua bocca tornò una linea sottile, "Tu mi sopravvaluti: fino a poche settimane fa ero un ubriacone puzzolente che lottava con i sorci per le poche scorte immagazzinate in un fetido laboratorio abbandonato." Lei alzò lo sguardo, e sfoderò un altro dei suoi sorrisi radiosi: "Ora, in effetti, emanate un buon profumo, mio signore." Spès era lucente, in quel periodo dell'anno: abbandonati i freddi venti del Nord, il tepore della regione centrale si insinuava dolce tra i vestiti di tutti coloro che avevano la benedizione di stare sotto i caldi raggi del sole primaverile. Le bancarelle del mercato pullulavano di nuova vita e sembrava che tutti quelli che incontravano, sghignazzando o imprecando ai dadi, si erano velocemente dimenticati della guerra che aveva dilaniato famiglie, città e intere provincie solo qualche anno prima. "Stammi dietro, Alexis." sussurrò Potterberry all'orecchio della sua apprendista. Si drizzò, e continuò a parlare con un filo di voce, "Sono venuto forse un paio di volte a Spès, in tutta la mia vita, e mi ha dato sempre la stessa sensazione: un'incantevole torta nuziale ripiena di carne putrescente." Si voltò verso un tombino ai margini della strada, e soffocò un gridolino di schifo. "E in alcune sue parti ha lo stesso odore. Guarda dove vai e sta attenta alla borsa." La ragazza annuì velocemente, e tornò con l'attenzione ai mercanti che urlavano prezzi, merci e sconti, in una gara che sembrava avere come vincitore quello che, con la sua voce, avrebbe soverchiato tutti gli altri. Era un clima caotico e rumoroso, che avrebbe fatto venir mal di testa a chi non era abituato a tutti quei colori, rumori, odori e percezioni, ma che su di lei aveva lo strano effetto di farla sentire a casa. "Hai mai lavorato in un mercato?" le chiese Arthur, interrompendo la sua meditazione. "Per qualche anno, da piccola. I miei avevano un negozio di raka ed erano soliti prendere in affitto una piazzola del mercato una volta ogni tanto, soprattutto durante le festività." rispose lei, con la voce rotta da un velo di amarezza. "Non parli molto dei tuoi." "Mio padre venne assassinato da un gruppo di briganti o soldati di ventura durante un viaggio di lavoro da qualche parte. Mia madre morì poco dopo di tristezza. Si amavano molto." "Penso di capire, anche se non ho mai sperimentato." annuì l'uomo, senza distogliere lo sguardo da davanti a sé. "Ho passato l'adolescenza con mio nonno, finché non ha trovato un pazzo che diceva di aver bisogno di uomini per una spedizione nel profondo Nord. La paga era buona, e mio nonno mi prese con sé. Se fossi rimasta a Spès, da sola, sarei finita a fare la prostituta in qualche bordello per pagarmi un tozzo di pane." "Immagino che il pazzo fosse Baudelaire." rise Arthur, evidentemente divertito da come la ragazza aveva apostrofato il "Gran Maestro". "Immagina male, mio signore, ma non tanto distante. Era Gortr." L'uomo scoppiò a ridere di gusto, asciugandosi le lacrime con il dorso della mano inguantata. "Sai chi sia? Giuro che non l'ho mai sentito nominare. E ti posso garantire che ai miei tempi ero uno bravo, a sapere le cose." le domandò. "Gortr era un esploratore, della Lega. Non un Maestro, ma uno del quale iniziavano a circolare le prime storielle divertenti e misteriose. Era sulla buona strada per diventare un Bròn Robur, per intenderci. Poi sparì per qualche periodo. Molti dissero che era stato ucciso sulle vette del Birvilner, altri che fosse semplicemente morto a faccia in giù in qualche canale di scolo di Spès. Poi un giorno torna alla Lega e viene cacciato con disonore. Nessuno ha mai saputo perché. Nessuno ha mai voluto chiederglielo." raccontò la ragazza, facendo spallucce ogni qualvolta raccontava qualcosa che non si sapeva spiegare. "Non sono molti quelli che sono stati cacciati dalla Lega." affermò Potterberry, ma il suo tono di voce nascondeva una velata domanda. "No, infatti, mio signore. Ed è per questo che nessuno ha mai voluto chiederglielo. Se è stato cacciato, è perché ha combinato qualcosa di veramente grave." "E molti temono che se l'ha già fatto una volta, lo potrebbe rifare. Su di loro." finì la frase l'uomo. Alexis alzò di nuovo le spalle, facendo una smorfia d'intesa, ben poco femminile e aggraziata, e quasi non si rese conto della mano che l'afferrò e la strattonò verso l'angolo di un alto edificio. Presa dal panico cercò di divincolarsi, cercando gli occhi di Arthur, e si calmò solo quando si rese conto che era proprio stato lui a tirarla da un lato della strada. "Là" le indicò con un cenno del capo. Oltre le bancarelle, si apriva una piccola piazzetta alberata. Non era un granché, però: gli alberi, se ad un primo sguardo potevano sembrare verdi e vivaci, erano in realtà trascurati e secchi in alcuni rami, mentre alcune delle pietre che lastricavano la superficie della piazza erano state rimosse o rotte. Sotto l'edificio che spuntava da dietro ai malconci alberi, era in piedi una figura dal turbinante cappotto verde. Alexis ebbe un tuffo al cuore, quando l'uomo in lontananza si voltò verso di loro, sicuramente troppo lontani per essere visti. "Il Gran Maestro Baudelaire." "Sì, sotto alla sede abbandonata della Lega degli Esploratori. E vestito per non farsi riconoscere." annuì Arthur, cercando di mantenere una voce ai limiti del sussurro, "Se ha quegli abiti, non vuole farsi riconoscere. E questo vuol dire che noi adotteremo la stessa strategia, ma con lui." "E ora che facciamo?" chiese la ragazza, alzando gli occhi verso il viso sopra di lei. "Ti ricordi quando dicevi che non ho contatti affidabili da più di dieci anni? Ecco, ci sono uomini così noiosi che per dieci anni fanno esattamente la stessa cosa, in esattamente gli stessi luoghi." Rain Hussle era il panciuto guardiano della Lega degli Esploratori: Arthur aveva raccontato che la sua famiglia prestava servizio come sorvegliante del quartier generale abbandonato da diverse generazioni, e lui era probabilmente il secondo o il terzo Hussle a compiere quella noiosissima impresa. Trovarlo non fu difficile, come aveva predetto Potterberry: la casa della sua famiglia era esattamente la stessa, e suo padre Richard gli aveva più volte sottolineato quanto ci si potesse fidare degli Hussle, fedeli a loro quasi ai limiti della sudditanza. Non ci si deve stupire, così, se Rain, non appena vide Arthur, gli si buttò subito ai piedi con l'entusiasmo di un cane nei confronti del proprio padrone di ritorno da un lunghissimo viaggio. "Eravamo sicuri foste morto, signore! Ma sicuri!" sottolineò ancora il guardiano, probabilmente per l'ottava volta, mentre li faceva salire le scale che portavano al piano superiore della sua casa. "È una storia lunga, Rain, che ti ripeto non ho voglia di raccontarti." "Immagino, signore, lo immagino. Ma eravamo sicuri foste morto, vi dico!" Potterberry alzò gli occhi al cielo: se Alexis aveva imparato qualcosa, nei giorni passati con il suo maestro, erano proprio quei segnali che preannunciavano la fine dell'enorme pazienza che albergava nel Direttore dell'Istituto. "Rain, hai detto quindi che si gode di un'ottima vista sulla Lega, da qui, non è vero?" chiese di nuovo Arthur, scostando le tende di carta della finestra. "Verissimo. E quel suo amico del quale mi parlava. Le ho già detto che mi ha chiesto le chiavi, vero?" "Per la nona volta, mio buon Rain." sorrise Potterberry, "E immagino che per la nona volta mi dirà che, ora che le ho chiesto di non farlo, non lo farà senza dubbio, non è vero?" "Oh, ci può ben giurare, mio buon signore!" si agitò l'uomo, tutto eccitato, "Quando volete, io sono al piano di sotto. È poco probabile che riesca a prendere sonno, con tutta questa adrenalina! Ho sempre sognato di fare la spia!" "Per ogni cosa, so che mi saprete servire bene, Rain." sorrise Arthur, facendo un delicato cenno del capo. Poi, non appena vide l'omone scendere lungo la rampa di scale, abbozzò un sorriso ancora più largo, augurandogli una buona notte. "E' confortante sapere che i Potterberry non hanno ancora perso tutto il loro prestigio." sospirò sedendosi, "A differenza di quello che molte pensano." Alexis si sentì arrossire, per la frecciatina, e lanciò un rapido sorriso dei suoi. "Forse perché nessuno conosce la gentilezza con la quale i Potterberry trattano i propri servitori." sottolineò lei. "Amici. Gli Hussle non hanno mai lavorato per noi. Hanno il loro redditizio banco al mercato, ed è solo per la loro incrollabile amicizia nei confronti della mia famiglia continuano a servirci. E così molti, molti altri, qui a Spès. E' il lato positivo di essere un esponente di una così antica famiglia." "E qual è il lato negativo?" chiese la ragazza, accigliandosi. "Che ognuno di noi porta un fardello ben più grande di qualsiasi altro uomo, che cresce con il crescere delle gesta che ci vengono attribuite. Ognuno di noi nasce sapendo di dover fare meglio del proprio predecessore, e l'impresa è pressoché impossibile da ottenere." Potterberry si strinse nelle spalle, imitando la propria apprendista, "E' il fato di ogni grande famiglia." La notte passò abbastanza rapidamente: in fondo proprio in quel periodo dell’anno le giornate andavano allungandosi e, per un uomo che aveva vissuto la sua intera vita alla luce artificiale delle lampade dell’Istituto, il ciclo circadiano al quale si era sottoposto in quegli ultimi giorni sembrava quasi irreale, qualcosa di così estraneo da non sortire il minimo effetto. Effetto lo aveva avuto invece per Alexis: la ragazza, ancora abituata alla vita di superficie, aveva dormicchiato per tutta la notte, sentendosi in colpa quando, di soprassalto, si svegliava e vedeva il suo Maestro montare la guardia, vigile, sulla finestra della stanza. “Dormi, ne hai bisogno.” le aveva detto tutte le volte, rispondendo al suo sguardo responsabile. I primi raggi stavano già facendo capolino da dietro i monti che cingevano Spès come un ferro di cavallo, quando Arthur sentì una dolce pacca sulla spalla. Battendo le palpebre indolenzite, si riprese dalla morsa del freddo della notte, e si voltò verso la ragazza. “Se n’è andato?” gli chiese, stringendosi nella coperta di lana nella quale era avvolta. “Qualche tempo dopo l’ora alta di notte.” rispose lui, facendo spallucce. “Si dice “mezzanotte”. E sono sicura, anche se l’Aeglis l’ho studiato poco e soprattutto per curiosità, che esista un termine simile anche in quella lingua.” scherzò lei, trattenendo a stento un sorriso. “Quando un popolo passa quasi un secolo sottoterra, e scandisce il suo tempo solamente con orologi, la lingua si evolve in fretta.” ribatté mordendosi un labbro. Non erano poche le volte in cui la sua allieva gli correggeva termini o modi di dire che sarebbero risultati assai strani alle orecchie di un abitante della superficie, ma tutte le volte che accadeva, Arthur non poteva fare a meno di arrabbiarsi con se stesso per la sua ingenuità. “Sarà meglio andare, ora. Hai le chiavi di Rain?” “Certo, ma sarà bene chiedere agli Hussle un po’ di scorte per il viaggio di ritorno.” sottolineò la ragazza, facendo tintinnare il contenuto delle sue mani. “Non vorrei mai abusare dell’ospitalità di amici fidati, ma sono sicuro che ce le offrirebbe lui stesso con ben troppe smancerie. Forse chiedergliele potrebbe ridurre la quantità di enfasi nei suoi modi.” “Ti mettono di malumore? È un uomo molto allegro.” chiese la ragazza, incamminandosi verso le scale. Arthur fece finta di non notare il fatto che si era rivolta a lui senza il consueto formalismo che la distingueva, e si rese conto che non gli aveva dato per niente fastidio. Forse con altri, quella mancanza di rispetto per la sua posizione si sarebbe tramutata in una strigliata in gran stile, ma dentro di lui non montò alcun risentimento. Solo la genuina voglia di rispondere alla domanda. “Ho sempre trovato corretto che le persone di estrazione inferiore si rivolgessero ai propri superiori in questo modo. Ma viverlo sulla propria pelle, costantemente, è ben altra faccenda. Non penso di esservi più abituato. Né, a volte, considero più così giusto che venga fatto.” “Nell’Istituto come trattavate la gerarchia?” continuò la ragazza, cercando di non sembrare troppo invadente, ma nemmeno celando la sua curiosità. “Era un ambiente di lavoro molto più professionale, se vuoi passarmi il termine.” iniziò Arthur, incamminandosi giù per le scale, “Ogni ricercatore aveva un grado di autorizzazione alla visione dei documenti, ma per il resto eravamo tutti uguali. La prassi era che quelli con il grado di autorizzazione superiore, guidassero quelli con il grado di autorizzazione minore. E fuori dal Direttorato, la situazione funzionava così. I Direttori erano poi ovviamente superiori a tutti perché avevano la responsabilità professionale del proprio reparto, non tanto perché fossero migliori o peggiori di altri.” Arthur fu sollevato nel constatare che Rain fosse già uscito di casa, e che quindi nessuno sarebbe venuto a buttarsi ai suoi piedi con smancerie completamente fuori luogo. Aprì la porta di casa, e si buttò sulla piazza antistante, incamminandosi verso la sede della Lega. La città, a quell’ora, era quasi deserta, eccezion fatta per alcune figure ancora troppo intorpidite dal sonno e dal freddo per poter prestare attenzione a qualcosa. Con il cuore colmo di trepidazione, la coppia raggiunse il portone dell’enorme edificio più in fretta che poterono. Alexis prese le chiavi e le porse ad Arthur, che le infilò nella toppa e girò deciso, producendo uno schiocco sordo all’interno della serratura. In pochi secondi furono dentro, e fecero attenzione a produrre il minor rumore possibile richiudendosi la porta alle spalle. Il salone che si mostrò davanti a loro era incredibilmente grande e buio: sembrava quasi non avere pareti, e che l’intero edificio fosse costituito da quella sala. “Sarà meglio accendere una lanterna.” suggerì Alexis, staccando quella che portava legata alla zaino. Maneggiò per qualche tempo sullo stoppino intriso d’olio e, quando Arthur fu sul punto di chiederle se avesse bisogno di una mano, la lanterna si accese, illuminando mobili impolverati e tappeti consunti. “La Lega degli Esploratori. Così è questa.” sospirò, constatando lo stato di completo abbandono di tutto ciò che lo circondava. “Vostro padre ve ne ha mai parlato?” L’uomo si voltò perplesso verso la ragazza, ma il suo sguardo si fece per un attimo assente, come quello che aveva quando ripensava al suo futuro nell’Istituto. “Ogni tanto, quand’ero piccolo, mi raccontava qualche storiella per divertirmi. Ma mio padre non è mai stato il genere di padre che un bambino potrebbe desiderare. Era un uomo simpatico, ma poco presente. Ho avuto un amico, più che un padre.” “E’ qualcosa che molti ambiscono.. l’essere amico dei propri genitori.” sottolineò Alexis, con una punta di invidia. “Ambiscono essere amici dei propri genitori, sì. Ma io sono stato amico di un uomo che mi faceva divertire. Un padre non l’ho mai avuto.” La ragazza si maledisse per non aver capito prima la differenza, ma vide che negli occhi del proprio Maestro non v’era il minimo risentimento, ma non poté evitare di sentirsi in colpa ed abbassare gli occhi al pavimento. “Ad ogni modo me ne ha parlato.” continuò Arthur, facendosi passare la lanterna, “Non troppo, come ti ho detto, ma abbastanza per sapere che la Lega aveva una sorta di biblioteca. Più un deposito, che qualcosa di veramente consultabile. Se i libri che cerchiamo sono qui, quello è senz’altro un ottimo luogo dove iniziare.” La Grande Biblioteca, come Arthur aveva imparato dal padre, non era una vera e propria biblioteca: negli anni di attività della Lega, quell’enorme stanza, anche se riccamente decorata, era stata utilizzata perlopiù come deposito di tutti i libri che gli Esploratori erano riusciti a decifrare, trascrivere e portare al sicuro a Spès. Molti dei tomi che prendevano la polvere su quegli scaffali, un tempo erano stati tutti grandi pezzi di archeologia, che sfatavano misteri, aprivano teorie o ne condannavano altre all’oblio. Ma quando la conoscenza si consolida nelle menti dei più, si tende a considerare poco importanti le opere che sono state necessarie per raggiungere quel grado di sapienza, e ad abbandonarle così ad un triste destino fatto di polvere e ragnatele. “Tutte le biblioteche della Lega sono così grandi?” chiese Alexis, prendendo un libro da una pila su un tavolo grezzo ma di buona fattura. “A quanto ne so, questa è l’unico archivio della Lega. E forse non potrebbero essercene altri: da quanto mi è sempre stato raccontato, le sedi negli avamposti di Spès sono troppo piccole per qualcosa del genere. Ed erano fondamentalmente più sedi logistiche, che altro.” rispose Arthur senza distogliere lo sguardo dalle costole che stava ispezionando. “Ci metteremo anni, se non sappiamo dove cercare. Sono convinta che avessero una sorta di sistema per catalogare tutti questi libri, altrimenti si sarebbero persi loro stessi.” Arthur non poté che constatare l’arguzia di quell’affermazione e si maledisse silenziosamente per non averci pensato. “Buona idea. E penso di sapere dove avrebbero potuto tenere un catalogo simile.” continuò arricciando le labbra. Si staccò dallo scaffale che stava ancora ispezionando, e a grandi falcate si portò al centro del corridoio centrale della biblioteca. Le lanterne che avevano posizionato appena entrati baluginavano ancora vivide, colorando la stanza di tonalità dorate. Arthur guardò a destra e sinistra, e quando intravide ciò che stava cercando, lo raggiunse rapidamente, cercando comunque di farsi seguire dalla ragazza che zampettava per stargli dietro. “Eccolo.” sorrise, indicando un librone adagiato su un grosso leggio intarsiato. Alexis fu un attimo disorientata: “Come facevi a sapere che si trovasse qui?” “La Lega era molto apprezzata per la sua architettura, e i libri che ho studiato illustravano molto bene le loro tecniche di costruzione e arredamento degli interni. Erano maniacalmente legati alla simmetria, ed erano soliti piazzare le cose più importanti rispettando questa regola.” spiegò, scostando la polvere accumulata sulla copertina del librone, “E cosa c’è di più importante di questo in una libreria?” “Immagino gli altri libri.” scherzò Alexis con un sorriso. Arthur la guardò socchiudendo gli occhi, in un’espressione di ironica disapprovazione. Tornò poi con gli occhi sul tomo, cercando le annotazioni di cui aveva bisogno. “Ordine Cavalleresco di Zandur… Ordine del Primo Nome… Ordine al Merito degli Ambasciatori di Virtù… Vari ordini suinereschi.” Arthur alzò gli occhi, “Santo cielo, questa roba è più vecchia di un paio di diaspore. Come è possibile che abbiano questi tomi?” “Ordine Templare di Helmgard.” indicò la ragazza, poco più in basso, “Scaffale sessantotto, fila dodici, posto nove e… mezzo? Che cosa significa “mezzo”?” L’uomo la guardò con aria meditabonda, chiuse il libro e se lo mise sottobraccio, prima di incamminarsi di nuovo verso gli scaffali. Ora che avevano capito in che modo la biblioteca fosse organizzata, risultò ben più facile capire cosa volessero dire i vari numeri che erano stati affissi nei più vari punti. Mentre marciava verso le indicazioni del catalogo, Arthur, non poté fare a meno di constatare che in nessuna targhetta compariva “mezzo”. Ebbe infatti un tuffo al cuore quando, arrivato davanti a quel ripiano, vide una piccola targhetta di ferro brunito che riportava “nove”, ed un’altra, poco distante, che riportava “dieci”. Del “mezzo”, nessuna traccia. “Cos’è, uno scherzo?” esclamò trafelato mentre toccava le coste dei libri. Cercò di calmarsi, fermandosi ad osservare meglio ciò che aveva davanti. Alexis fece per parlare, ma venne subito zittita con indice. I libri non presentavano troppe differenze, l’uno con l’altro: alcuni parlavano di ordini cavallereschi da lungo tempo dimenticati, altri analizzavano la gerarchia degli ordini di cavalieri di suini, molto comuni in antichità. Ma non furono i libri ad attirare la sua attenzione, ma un costante rumore di fondo che non aveva mai udito in altre parti della biblioteca: un sibilo non troppo lontano che saliva lentamente per poi tornare ovattato e impercettibile. L’uomo si buttò a terra, avvicinando la fronte al battiscopa della libreria. “Aria!” constato, visibilmente eccitato dalla scoperta, “Esce aria da qui sotto. E’ un passaggio segreto.” “Ottimo.” fece Alexis, roteando gli occhi, “E come lo sblocchiamo?” “Immagino che la leva non sia qui vicino. E se invece di “nove e mezzo” avessero voluto indicare “mezzo di nove”?” si chiese Arthur, massaggiandosi il mento. Avanzò verso lo scaffale poco più avanti, ed esaminò la targhetta: “Posto quattro”. “E immagino che qui ci sia il quattro e mezzo.” concluse toccando lievemente il dorso del libro con la mano. “Tecniche di camuffamento di passaggi segreti.” lesse Alexis, soffocando una risata acuta. Le labbra di Arthur si piegarono in un mezzo sorriso, mentre con le dita affusolate correva fin sopra la costola di pelle impolverata. La tirò in avanti deciso, e per poco non restò deluso quando sentì che il libro si sfilava normalmente. Qualcosa, però, lo bloccò poco prima che fu completamente fuori dallo scaffale, producendo uno schiocco sordo. Poco più avanti, nello stretto corridoio, la libreria che avevano esaminato poco prima si era scostata, lasciando intravedere un’apertura sul pavimento di legno graffiato. “Classico.” sbuffò Alexis, incamminandosi verso la botola. All’interno, una rapida serie di gradini portava nelle profondità della sala. “Dici che la Lega ne sia piena, di questi cunicoli?”, chiese raccogliendo una delle lampade che avevano disposto per illuminare la zona. “E’ probabile, ma non lo so dire con esattezza.” risposte Arthur. Lanciò un’occhiata al fondo della scalinata, cercando di sondare quanto profonda poteva essere. “Immagino dovessero avere una sorta di museo dove mettere in mostra le reliquie che erano riusciti ad ottenere. E non credo che sia in bella mostra.” Se in una prima parte del ripido passaggio non avevano notato molte differenze rispetto ad un ordinario corridoio del palazzo, man mano che scendevano la fattura dei muri diventava più grossolana e minimale, fino ad arrivare a pareti composte solo di nuda pietra, alle quali erano state fissati degli anelli per torce. “Sembra che queste scale fossero usate, un tempo. Altrimenti non avrebbe avuto molto senso preoccuparsi di approntare un’illuminazione fissa.” constatò Alexis ispezionando l’ambiente che li circondava. Arthur la zittì, fermandola con un leggero tocco della mano: in lontananza si riusciva a sentire lo scrosciare delle falde acquifere sotterranee, che impregnavano l’aria di umidità. “Spero solo che tutto questo non abbia deteriorato ciò che troveremo.” sospirò l’uomo, ricominciando a camminare. “Anche se lo dubito.” Poco più in basso, le scale si interrompevano vicino ad un pesante portone di legno, incredibilmente ben conservato, dovette ammettere Arthur. Senza difficoltà lo spinse in avanti, entrando in una stanzetta che ricalcava completamente lo stile architettonico del palazzo sopra di loro. “Archivio Potterberry”, iniziò a leggere con una vena d’orgoglio nella voce, “Raccolte sull’Ordine Templare di Helmgard raccolte dalla Lega degli Esploratori dai reduci della Città Templare durante la diaspora su Karaldur.” “Nessuna trappola?” chiese Alexis inarcando le sopracciglia. Arthur ridacchiò. “Se non ti conoscessi, giovane apprendista, direi che ne sei rimasta parecchio delusa. Non vedo che senso possa avere nascondere una conoscenza che non è mai stata proibita. Addirittura mi stupisco già di tutto quello che abbiamo dovuto passare.” L’anticamera era fredda, ma se il suo originale scopo era quello di mitigare l’umidità delle caverne precedenti, era stata costruita a regola d’arte. Un altro portone conduceva ad una sala più grande e riccamente decorata, dove erano state posizionate librerie di legno scuro intarsiato. Non erano le librerie più lussuose che Arthur avesse mai visto, ma erano ben conservate. Purtroppo, non erano colme di libri come si sarebbe aspettato: alcuni tomi, solitari, erano caduti di lato e ormai erano ricoperti da uno spesso strato di polvere. “Cos’è questo strano odore? Come di…” Alexis annusò l’aria, cercando di ricordarsi di cosa fosse quello strano odore che si stava insinuando nelle sue narici. “Patata?” ridacchiò l’uomo mentre ispezionava i vari scaffali, “Su Ereldur c’erano varie tecniche per produrre fogli, ma quelli senza dubbio più duraturi erano quelli fatti con le bucce di patata. Ovviamente l’odore era uno degli aspetti negativi di questa tecnologia.” Si voltò verso la ragazza, in piedi al centro della stanza: “A quanto pare, i pochi libri contenuti qui sono tutto ciò che è rimasto. Riempi le borse di tutto ciò che trovi, io continuo verso la prossima sala.” ordinò indicando il portone poco distante. Si incamminò verso le ante di legno pesante, soffermandosi sulla targhetta d’ottone fissata alla parete. Sala dei Tesori di Helmgard Questa sala, contenente i tesori di Helmgard che sono stati recuperati prima degli eventi cataclismatici che hanno portato al tracollo della civiltà su Eseldur, sono di proprietà della Lega degli Esploratori, donati dalla Famiglia Potterberry agli archivi storici. Da quello che Arthur si ricordava dai racconti del padre, i Potterberry non avevano mai abitato Helmgard: la loro famiglia, per tutto il corso della storia di Eseldur, era rimasta legata a doppio filo al Protettorato, servendo come burocrati e guardie. Evidentemente, c’erano ancora punti oscuri, nella sua storia famigliare. Si costrinse a non indugiare oltre con i suoi pensieri, e aprì il pesante portone: la stanza era incredibilmente più lussuosa di quella che si lasciava alle spalle, decorata con marmo venato. Due piccoli arazzi scendevano ai lati di un grosso leggio, molto simile a quello sul quale era disposto il catalogo dei libri della Lega, ma più sfarzoso e, al tempo stesso, austero. Arthur si avvicinò con rispetto al libro, accarezzandone la superficie borchiata. Con altrettanta delicatezza aprì la copertina: l’inchiostro era sbiadito, ma ancora leggibile. “Annali dell’Ordine Templare di Helmgard, a cura del Gran Maestro Eadric, il Puro.” sussurrò con la voce carica d’emozione. Il Gran Maestro Eadric era considerato una delle leggende viventi di Eseldur, almeno per quanto riguarda le leggende che circolavano intorno all’Ordine: era riuscito ad ottenere le benedizioni della Luce per tutta la sua vita, quando i più valorosi Templari riuscivano a godere del suo calore solo poche volte in tutta la loro esistenza. Da uomo di scienza, Arthur considerava praticamente superstizioni tutto ciò che orbitava intorno a quell’antico credo, ma ciò che aveva per le mani era indubbiamente degno della più alta considerazione archeologica. Accarezzò le pagine rugose un’ultima volta, prima di chiudere la copertina. Quando si chiudono gli occhi e si presta attenzione solo al proprio respiro, è a volte possibile giungere ad un livello di pace interiore capace di distaccarsi dalla realtà. Arthur si risvegliò in uno spazio infinito e abissale, nero come il cielo senza stelle, o lo scantinato più profondo che avesse mai visto. In preda al panico cercò di divincolarsi da quell’oscurità opprimente: la sentiva serpeggiargli dentro le narici, insinuandosi fin nelle profondità del suo cervello. Iniziarono a saettargli nella mente immagini di cervelli asportati, e l’acre odore di liquido per la conservazione degli organi. Quei cervelli, grigi e lisci, erano state di persone come lui, prima che qualcuno decidesse di esaminarli e studiarli. E anche loro, negli ultimi istanti della loro vita, avevano vagato in quel buio infinito? Cercò di nuovo di divincolarsi, ma sentiva qualcosa di viscido strisciargli lungo le membra, avvinghiandosi a braccia e gambe. Istintivamente, portò le mani in basso, come a proteggersi gli arti inferiori da qualcosa che non riusciva a vedere, solo per constatare che dove si aspettava di trovare le gambe, non trovò nient’altro che oscurità. Inferocito, sentì l’abbandono montargli nel petto, e subito la sua mente visualizzò i ricordi più tristi che riuscì a ricordare: la morte di suo padre, amici e conoscenti bruciati per le strade da una setta di cultisti, la paura di essere scoperto, la fame e il sollievo che gli aveva dato mangiare rifiuti marci. Il calore dell’alcol, la pace dell’ebbrezza, la fine dei fuochi e l’inizio della solitudine. Pietrificato, si abbandonò ai ricordi, che si conficcarono nelle sue carni come coltelli incandescenti. Sentì i suoi occhi vibrare lievemente, mentre la bestia tentacolare nella sua mente si impossessava di tutto ciò che voleva, facendogli riaffiorare visioni che non sapeva di avere. “Resisti.” gli disse una voce, nell’oscurità. Aprì gli occhi, e non vide altro che oscurità. “Resisti e combatti.” ripeté la voce. Il suo tono non era cambiato, ma sembrava più determinato e convincente. “Non so resistere. Non so combattere. Aiutami.” implorò Arthur, sentendo l’oscurità penetrare ancora di più dentro di lui. “Non posso aiutarti, se non vuoi.” disse la voce dentro di lui. Il suo tono non era cambiato, ma la sentiva molto più distante, quasi impercettibile. “Insegnami! Non te ne andare!” urlò in preda al terrore, mentre i tentacoli di tenebra si insinuavano nella sua bocca, soffocandolo. Com’era scomparsa, la voce tornò chiara e limpida, molto più vicina di quanto si ricordasse. “Questa è la tua mente, Arthur Potterberry.”, spiegò la voce. “Quasi tutti gli uomini, quando guardano dentro sé stessi, riescono a visualizzare una stanza, o un luogo famigliare dove sono cresciuti e dove si sentono protetti e felici. Forse riuscivi a farlo anche tu, un tempo. Ma tutto ciò che hai vissuto, nella tua breve vita, ha fatto crescere un’oscurità strisciante che, ora, vuole reclamarti l’anima.” L’attenzione della voce fu come attratta da qualcosa. Non fu semplice capirlo, perché non c’erano occhi distratti che poteva esaminare, o segni fisici da interpretare, ma fu come se quella sensazione venisse catapultata all’interno della sua mente. “E’ troppo tardi, Arthur Potterberry. Non ti puoi salvare, ora. La Luce ti ha abbandonato.” La voce sparì, e la consapevolezza della sua esistenza svanì fumosamente. La Luce lo aveva abbandonato: il calore di quella voce risuonava ancora nel buio infinito, e Arthur si maledisse ancora una volta per non averlo capito quando l’aveva percepita per la prima volta. Sentì ancora i tentacoli che si contorcevano sopra di lui, ma ormai avevano reclamato ciò che volevano. Li sentiva parte di sé, anche se la cosa lo inquietava terribilmente. Aveva sentito leggende che narravano di persone corrotte da qualche entità arcana, ma pensava che fossero altre superstizioni legate a tempi passati. Invece lui era uno di loro, da quel momento. Corrotto fino all’anima dall’oscurità che aveva covato nei suoi momenti più oscuri. Se la Luce stessa gli aveva negato l’aiuto, allora non c’era via di scampo. Era solo un uomo come tanti, forse con più vizi che virtù. Ma la sua vita era ancora sua. Se anche la Luce, di cui si raccontavano miracolose leggende, lo aveva abbandonato, poteva ancora fidarsi di una persona, in quel freddo vuoto: di sé stesso. Con l’intera sua forza di volontà si schiantò contro il buio. I tentacoli lo avevano abbandonato, dissipandosi come neve al sole primaverile. Con la mente sgombra da qualsiasi costrizione, urlò contro l’abisso, e lo vide tremolare, spaventato. Nel profondo del suo cuore, si riaccese la scintilla dell’orgoglio. “Non permettere a quella scintilla di scoppiare in un incendio, Arthur Potterberry.” La voce era tornata chiara e limpida, ma Arthur non si gongolò del suo ritorno. “Se mi sono salvato, è solo grazie a me, Luce!” rispose in tono di sfida. L’oscurità tremolò ancora, allontanandosi rapidamente da lui. Incominciò a vedere le mani, le braccia e persino il suo torno. Poi ricomparvero gambe e piedi, e poi sotto di lui si rischiarò una piccola superficie di legno circolare. “La stanza nella mente!” gridò stupefatto, mentre l’area abbandonata dall’oscurità si ingrandiva sempre di più, lasciando intravedere un tappeto bianco e soffice. Urlò ancora con più convinzione, cercando di riempirsi gli immaginari polmoni. Di nuovo, le tenebre si allontanarono ancora di più. “Contieni il tuo orgoglio Arthur Potterberry. Conosci il tuo nemico, non lasciarti cogliere impreparato.” “Tu sei il mio nemico!” urlò un’altra voce, distante. Era come sentire la propria, ma Arthur era sicuro di non aver parlato. L’eco di quelle parole rimbombò per tutta la sua mente, e la creatura oscura si allontanò ancora di più. “Tu sei il mio nemico!” ripeté ancora più forte la voce. Era oscura e vischiosa come la pece, ma era sicuro che fosse come la propria e, al tempo stesso, completamente diversa. L’amalgama oscura schizzò ancora più lontano, e Arthur la vide squassata da tremiti indicibili: si contrasse ed esplose, per poi tornare una minuscola macchia che si confondeva con il nero sullo sfondo. Lentamente, prese a ribollire d’odio e, dalla massa incerta, comparvero quattro tentacoli massicci. “Cosa sta succedendo? Luce, rispondimi!” gridò Arthur guardando quello stesso incubo prendere una forma antropomorfa. I tentacoli superiori divennero presto due braccia, mentre quelli inferiori si consolidarono in gambe poderose che avanzavano verso di lui, mentre il resto del corpo ribolliva ancora. La Luce non rispose, ma Arthur poteva capire l’interesse che quella scena stava suscitando in lei. “Tu sei il mio nemico!” gridò di nuovo l’amalgama mentre il suo viso assumeva contorni inquietanti: comparvero barba e baffi di pece e due pupille fiammeggianti di un rosso intenso. “Tu sei… me” ammise Arthur mentre la sua copia esatta si avvicinava sempre di più, con un’espressione arcigna. Si fermò a pochi metri da lui, ma il suo sguardo fisso e intriso d’odio la faceva sembrare molto più vicina di quanto non fosse. “Tu sei il mio nemico!” urlò più forte del solito, e l’uomo sentì la sua mente vacillare sotto il peso di quelle parole oscure. Un incredibile senso di colpa lo avvolse come fiamme impetuose, che presero a turbinare tutt’intorno a loro, ardendo gonfie di passione. “Tu sei me!” gli rispose Arthur, ma la sua voce era un flebile sussurro, paragonata a quella dell’amalgama. “Tu sei il mio nemico!” urlò di nuovo. Caricò un pugno, e per un brevissimo momento il suo braccio si tramutò in un disgustoso tentacolo. Arthur chiuse gli occhi, aspettando l’inevitabile colpo, che però non arrivò mai. Quando li riaprì, l’amalgama era ferma in una sorta di stasi luminosa. “Questo non sei tu, Arthur Potterberry. L’oscurità che è dentro di voi tende ad assumere forme che rispecchiano i vostri desideri o insicurezze, a seconda di quanto profonda e penetrante sia. Tu hai paura di non riuscire a diventare importante come i tuoi avi. Ti senti in colpa per quello che è successo alla tua patria.” spiegò la Luce. Il suo suono era tornato armonioso e caldo, come se fosse composto di infinte campanelle che suonavano all’unisono. “Ho deluso il mio popolo e mio padre. Lui ha creato qualcosa che poteva davvero aiutare qualcuno.” Vicino a lui comparve una mano aperta, che lo incitava ad afferrarla. Era luminosa come il sole d’estate e, nonostante questo, si riuscivano a intravedere le rughe e i pori della pelle. Arthur, titubante, si allontanò di un passo. “La Luce non è una divinità, noi non siamo una divinità. Noi siamo in tutti voi, persino nei Superni stessi. Quando, umano o Superno, sceglie la bontà sulla malvagità, ha scelto il cammino della Luce, e le sue azioni danno forza alla Luce come la Luce concede a questo le sue benedizioni. Discernimento. Onore. Lealtà. Bontà. Questi sono solo alcuni dei doni della Luce.” La voce era incredibilmente calda, e Arthur si sentì come se stesse fissando il sole stesso o tutte le stelle del cosmo condensate in un minuscolo spazio. Dovette abbassare lo sguardo, concentrandosi su qualcosa che non fosse così insopportabilmente pacifico, e la sua attenzione ricadde sulla sua copia oscura, ancora congelata. “Ho fatto degli atti malvagi?” Non si aspettava davvero una risposta, ma cercò di esprimere quanto più desiderio di sapere la risposta potesse. “Questa oscurità si ciba delle tue insicurezze e paure. Noi non possiamo aiutarti, finché non combatti tu stesso per dissipare il conflitto che ti affligge. Se permetti alla tua paura di dominarti, compirai atti terribili, e lì sarai perso per sempre.” Arthur si maledisse per quella domanda, e serrò i pugni. “Come faccio a combattere le mie insicurezze se non con l’orgoglio? Come posso combattere le mie paure se non posso ricorrere alla mia fierezza?” “Equilibrio. Un altro dei doni della Luce.” rispose la voce, scomparendo, mentre l’amalgama oscura sferrava il suo colpo. Arthur si sentì pervadere da un’altra ondata di dolore, mentre l’oscurità lo colpiva di nuovo. Non sapeva se quel dolore fosse fisico o mentale, dovuto alle sue ossa che si spezzavano o alla sua mente che vacillava, ma non aveva importanza: ad ogni colpo, la sua rabbia cresceva ancora di più, ma rimaneva inginocchiato a subire, senza rispondere. La Luce non mi abbandonerà, non in un momento come questo. Un’altra ondata di dolore si diffuse in tutto il suo corpo, e fu costretto a digrignare i denti per sopportarla. Non avrebbe perso tempo con me, se non fossi importante. L’Equilibrio non era semplice da raggiungere, e se davvero era uno dei doni della Luce, doveva imparare prima di tutto a fidarsi del giusto, prima che di se stesso. Ad ogni colpo dell’amalgama, però, sentiva che la sua forza veniva meno, mentre rimaneva costante quella del suo nemico. Ancora bersagliato da una gragnola incessante di colpi, cercò di alzarsi in piedi, ma le sue gambe erano stanche e provate dal dolore lancinante. Se voleva davvero raggiungere l’Equilibrio, doveva farlo in fretta. Chiuse gli occhi e cercò di espandere i suoi sensi. In poco tempo riuscì a visualizzare l’intera area della sua mente: era uno spazio finito, delimitato da qualcosa che gli ricordava vagamente la liscia superficie del marmo levigato. Cercò di toccare quella barriera, e sentì una strana sensazione di freddo diffondersi tutto intorno. Al centro della sua mente, l’amalgama sferrava ancora colpi, ma Arthur era riuscito a staccarsi dal dolore. Il suo corpo, in lontananza, sembrava perfino qualcosa che non gli appartenesse: un guscio vuoto e inanimato. Con una minuscola frazione della sua forza mentale, cercò di comprimere lo spazio intorno all’oscurità. Questa, come afferrata da un’enorme stretta, perse l’aspetto che aveva mantenuto fino ad ora, collassando in una putrida poltiglia di colore nero. Non appena lasciò la presa, però, tornò vagamente antropomorfa; non una copia esatta di Arthur, ma qualcosa di più vago e fumoso, che riprese a menare colpi. Di nuovo, Arthur costrinse la sua mente a sferrare un altro colpo sotto forma di pugno. L’amalgama esplose come un frutto marcio colpito da una mazza. Rimase sopita per qualche secondo, ma subito dopo si ricompose in un corpo vagamente umanoide, ribollente e mutevole. Distruggerla è una mia responsabilità. Sono io che l’ho creata. Arthur cercò di sopprimere l’orgoglio che gli stava crescendo nel petto, e colpì di nuovo l’oscurità, che si riformò nettamente più piccola e confusa. Bastò qualche altro colpo per farla collassare in un minuscolo cristallo nero e lucido, che fluttuava al centro della sua mente. “Hai fatto un buon lavoro, Arthur Potterberry.” iniziò la voce armoniosa, rompendo il silenzio, “Quello che vedi è un cuore di tenebra; dovrai imparare a conviverci, cercando di essere sempre vigile. Solo un uomo è riuscito a purificarsi completamente e trascendere in un individuo di pura virtù.” “Il Gran Maestro Eadric?” Lo scampanellio cessò per qualche secondo, poi riprese lieve, come se fosse stato ferito da quella domanda. “Il Puro visse enormi dolori nella propria vita, eppure non perse mai la speranza, l’equilibrio, la virtù e la bontà. Nel suo cuore, anche prima del suo ultimo sacrificio, era aperto solo alle benedizioni della Luce. Ricorda il suo sacrificio, e costruisci per te e per chi ti sta intorno una vita all’insegna dei nostri doni.” Lentamente, tutto ciò che stava visualizzando in quel momento si fece più opaco, frastornato, e Arthur sentì la sua stretta su quel mondo sfuggirgli rapidamente. “Dove posso trovarti, Luce?!” gridò. Non ricevette risposta. Alexis aveva gli occhi rossi e gonfi dal pianto: singhiozzava in ginocchio, con una mano sul petto e l’altra che stringeva i manico della borsa buttata lì vicino, dalla quale uscivano diversi tomi. “Hai perso… qualcosa, apprendista?” tossì Arthur risvegliandosi. Aveva la bocca impastata dalla stanchezza, e la testa gli dolorava come se fosse stata presa ripetutamente a colpi. La ragazza sgranò gli occhi, e si sistemò i capelli che le ricadevano davanti al viso, “Pensavo foste morto! Cos’è successo?” Il suo sguardo era carico di curiosità, ma ancora spaventato come quello di un animale selvatico. “Penso che quel libro fosse drogato,” rispose l’uomo alzandosi in piedi, “o qualcosa di simile.” Guardò il tomo ancora sul leggio: era stato sfogliato tutto, e il piatto posteriore era in bella vista. “Hai letto tu gli annali dell’Ordine? Non ho ricordo di averlo letto tutto.” “Non ho toccato nulla. Anzi, sono entrata solo quando ho trovato su un libro degli accenni al fatto che i Templari erano soliti inserire delle sostanze chimiche nei libri, per raggiungere l’illuminazione. E un racconto sul fatto che solo un uomo riusciva a raggiungere la pace dei sensi senza ricorrere a questi ‘aiuti’” rispose Alexis, raccogliendo la borsa e i libri che ne erano fuoriusciti. Arthur annuì: tutto ciò che aveva vissuto all’interno della sua mente poteva essere un effetto delle droghe contenute negli annali, ma gli era sembrato tutto troppo realistico per essere frutto della sua immaginazione. Anche se, probabilmente, non era entrato nulla nella sua testa mentre era privo di sensi, era comunque riuscito a superare davvero il conflitto che lo divideva. Si sentiva la mente libera dal dolore, dal senso di colpa e dall’inquietudine che, per molto tempo, avevano avuto una presa così stretta su di lui. “Non aprire nessun libro.” ordinò ad Alexis, “Dobbiamo riportarli all’Istituto e sottoporli a qualche esperimento, per purificarli dalle droghe. Poi potremo studiarli a fondo, come vuole il Gran Maestro.” La ragazza annuì, incamminandosi fuori dalla stanza. “Alexis.” iniziò Arthur, costringendola a fermarsi e a guardarlo, con uno sguardo carico di curiosità. Si mosse verso di lei, mettendole una mano sulla spalla, “Grazie per esserti preoccupata per la mia salute.” proseguì, sfoderando il sorriso più naturale che potesse. “Non avrei potuto fare altrimenti, per il mio Maestro!” rispose lei, socchiudendo gli occhi e sfoderando uno di quei sorrisi capaci di cambiare il corso di una giornata.
  2. Erano passati mesi da quando Baudelaire era arrivato all'Istituto, e Arthur si chiedeva ancora chi lo avesse fatto chiamare: nel Reparto dell'SSRI erano rimasti solamente pochi fidatissimi, troppo impegnati a coltivare patate o mietere le scarsissime produzioni di grano per attivarsi in qualche procedura di richiamo. Il dubbio gli solleticava spesso la curiosità, soprattutto durante gli estenuanti turni di lavoro per la conversione degli spazi in baracche fatiscenti. "Al Gran Maestro tutta questa "decadenza" piace?" chiese ad uno dei braccianti lì vicino, un energumeno di Spés, arrivato lì per chissà quali promesse. Lui si strinse nelle spalle. Nessuno di loro era molto loquace, quando si trattava di scambiare qualche parola con il Direttore: immaginava fosse per la fama che l'Istituto si era fatto con le città dell'Esterno. "Da quello che sembra, stiamo facendo un buon lavoro." iniziò l'altro, spiazzandolo, "Abbiamo avuto una buona affluenza, in queste ultime settimane; ovviamente sarà in diminuzione nelle prossime, ma i lavori proseguono ad un buon ritmo." Arthur annuì, decidendo che fosse stato meglio non contraddire nessuno di loro, se non altro per costruire quella fiducia reciproca che tanto spesso sentiva venir meno. Un'altra voce sopraggiunse alle sue spalle, unendosi al coretto di braccianti che stava chiacchierando argutamente sulla situazione dell'intera città: "Ho sentito che Baudelaire vuole rifondare una specie di Ordine di crociati che si era insediato a Spés dopo la diaspora, un centinaio di anni fa. Probabilmente sono voci, ma se c'è qualcosa di vero in quello che si dice, sono sicuro che a Spès sia rimasto qualcosa. Uno di noi dovrebbe andare a controllare. Magari lui." Tutti si voltarono verso il Direttore, che li stava ancora fissando con un'espressione di pura ingenuità. "Perchè io?" chiese puntandosi il dito contro. "Lei si chiama Potterberry. I Potterberry sono famosi a Spès per quello che hanno fatto con la Lega e tutto quanto. Persino l'aiutante di Baudelaire è un Esploratore." disse uno. "E' un ex-Esploratore. E' stato cacciato ma nessuno sa perchè." aggiunse un secondo, un ragazzotto paffuto con un'aria bonaria. "Quello che è. Secondo me un Potterberry è il più adatto in un compito simile. Con il nepotismo che c'è a Spès, gli basterebbe omettere la sua vecchia carica dell'Istituto per farsi già molti amici." Tutti annuirono, tranne una ragazza che continuava a guardarlo con un'espressione cupa. "Che hai? Tu, lì, dico a te." chiese il Direttore cessando il chiacchiericcio. Un tagliapietre, di circa una settantina d'anni, si fece avanti, cingendo la ragazza con il suo grosso braccio. "E' mia nipote, signore." iniziò umilmente, "E' un po' "selvaggia", come mi piace apostrofarla. Non è cattiva, anche se può sembrare da come guarda la gente." Potterberry annuì, poco convinto: "Vorrei sentirlo da lei, buon uomo." La ragazza sospirò, poi rilasciò il broncio che ancora gli rugava il viso: "I Potterberry erano famosi, ma ormai la Lega degli Esploratori è in rovina: sono solo un manipolo di burocrati che ancora si spartiscono la ricchezza che gli Esploratori sono riusciti a immagazzinare. Bronn era l'ultimo vero Maestro Esploratore, ed è morto decenni fa. Ora l'unica cosa che gli impedisce di fallire è l'avidità dei suoi capi: il resto, è marcio fino al midollo." L'omone che ancora l'abbracciava arrossì visibilmente, tirandole un colpetto col braccio. "Gliel'ho detto, mio signore. E' selvaggia!" rise. "No, non si scusi. Come ti chiami?" "Alexis.. mio signore" aggiunse temendo un altro colpo dal nonno. "Bene, tu verrai con me. Il resto di voi, può tornare al lavoro."
  3. Arthur Potterberry non era stato sobrio da chissà quanto tempo: li suoi ricordi sfarfallavano, divenendo più confuse man mano che cercava inutilmente di andare indietro con la memoria. Ricordava solo l'acre sapore dell'alcol e il suo fuoco inondargli gola e narici, e far passare ogni dolore o delusione. In quella maniera si era addormentato chissà quante volte sulla sua scrivania, dimenticandosi pure di mangiare per giorni interi: svegliarsi in un comodo letto, tremendamente comodo, in effetti, lo spiazzò ai limiti della confusione. Cercò di alzarsi, con la testa ancora che gli girava, e a darsi un contegno, aspettandosi che, fuori dalla sua porta, una misteriosa guardia fosse stata piazzata a sorvegliarlo. Rimase in attesa, finchè non fu chiaro che nessuno sarebbe entrato e finchè il ricordo di essere uno dei pochissimi residenti rimasti all'interno dell'Istituto non si fece strada in mezzo all'emicrania. Sospirò, tenendosi la testa con le mani. "Devo essermi sognato tutto." poi guardò il letto, ancora sfatto ma pulito, "Se non altro ho trovato qualcosa di decente per la scorsa notte." Si trovava in una casa che non aveva mai visto: il muro scrostato faceva intuire che fosse precedentemente appartenuta ad uno scienziato di Sistemi Avanzati, ma fatta eccezione per il letto e qualche ordinario mobile, il resto dell'abitazione sembrava stato sgomberato in fretta. Con un dito toccò la liscia superficie della credenza del salotto, lasciando una netta riga sulla polvere. Poi la curiosità si impossessò velocemente della sua mente, costringendolo ad aprire la vetrinetta dei liquori. "Vuota. Come se ce ne fosse ancora in questo maledetto posto dimenticato da.." Sospirò. Un uomo di scienza non aveva nemmeno nulla da incolpare per le sue disgrazie, e in un periodo come quello la cosa lo irritava non poco.
  4. Arthur Potterberry era riverso sulla scrivania, e canticchiava mugugnando una lenta melodia che si perdeva in giorni sicuramente migliori: un tempo non si sarebbe fatto trovare in vestaglia da nessuno, ma quel tempo era passato e ormai non pensava nemmeno che qualcuno si sarebbe mai più addentrato in quell'edificio. "Uh, avventurioerih! Che vengono a shaccheggiare l'Istituto di Karaldur di Tecnologia!" urlò Potterberry alzandosi dalla sedia e aprendo le braccia. Poi si soffermò un attimo a pensare, lasciando penzolare la lingua fuori dalla bocca, in un'espressione ben poco autorevole, "No.. il Karaldur di Tecnologia di Istituto! Tutta la tecnologia è dell'Istutonzo! Posso prendere un appuntamento a lorsignorih? Io sono il segretario e.." quell'enorme sforzo fu estenuante per il cervello soffocato dall'alcol del Direttore, che ricadde sulla scrivania.
  5. Da quanto mi è parso di capire è una regola che aveva messo Goldr senza il consenso dello Staff, e quando se ne sono accorti gliel'hanno fatta togliere. #giornalismod'inchiesta
  6. https://www.patreon.com/ Penso che in merito quanto c'è scritto su Patreon sia abbastanza chiaro: i fan pagano per qualcosa. Se non vuoi che si dica che i fan di FW paghino per un servizio, cambia piattaforma di contribuzione, perchè Patreon questo è.
  7. Non vedo dove tu abbia visto la fantomatica "infangatura" del contributo che alcuni danno al server, non l'ho proprio detto: anzi, quello che ho scritto era appunto che le persone che contribuiscono nel Patreon e con donazioni vorrebbero vedere lo Staff prendere decisioni per far tornare in auge il server, e proprio a queste persone lo staff dovrebbe rispondere, invece che dire "non siamo pagati per farlo e quindi possiamo prenderci i nostri tempi". Vediamo di non appioppare parole che la gente non ha mai detto.
  8. Nella mia personalissima storia ho imparato che le critiche che vengono recepite meglio sono proprio quelle più caustiche, perchè toccano qualcosa che quelle fatte in "politichese" non riescono a toccare. Se poi, arrivati a 20 e passa anni, ci si indispettisce per qualcosa scritto un po' "rough", beh, bisogna imparare che la vita non è tutta rose e fiori, e se posso aiutare a far capire questo, sono più che felice
  9. Avete minecraft e non ricevete un addestramento tecnico, quindi non riuscite a prendere DECISIONI per ristabilire un po' di utenza in game? Che conoscenze tecniche bisogna avere per questo? Una laurea in economia gestionale? Ingegneria gestionale? Il gioco che ha portato una fiumana di player ieri sera non era nemmeno stato organizzato dallo Staff, ma è una cosa che è stata decisa dagli utenti. Perchè lo Staff non ha fatto eventi di questa portata precedentemente? Perchè, invece di incentivare le guerre, le disincentiva mettendo un regolamento bellico "impossibile" (ban per gli utenti che non vogliono partecipare alla guerra e stanno in città a caricare loro chunk, per dire) e pressocchè nessun guadagno dalla guerra stessa? Cosa servono, conoscenze tecniche per fare questo? Di cosa? Di psicologia umana? Non stavo affatto parlando di conoscenze tecniche io, perchè conosco benissimo il livello di competenza di Zampa e Shiny, e conosco altrettanto bene quello di incompetenza di certi altri soggetti, come riportato da molti in molte, moltissime occasioni quando ha avuto a che fare con il cuore pulsante dello Staff. Per la seconda situazione: le virgolette in italiano vogliono dire qualcosa, se dico "pagati", un motivo ci sarà. Aspetto comunque di vedere i 5 bilanci che mancano all'appello.
  10. Questa dialettica ha abbastanza reso qualsiasi cosa poteva rendere: non funziona così, nel mondo "reale". Non è che se non si è pagati si è "absolutus legibus" e ci si può permettere qualsiasi cosa perchè avete VOI scelto di dare un servizio alla gente, e nessuno vi ha obbligato a farlo. Non è che il volontario di croce rossa, non pagato, può permettersi di dare un servizio scadente o comunque sotto un certo standard. Non funziona così proprio da nessuna parte: se uno sceglie autonomamente di dare un servizio, allora questo servizio deve rispettare degli standard che almeno un buon 30% delle persone, da quello che ho sentito chiedendo opinioni sulla guerra a gente diversa di diverso schieramento, reputa non siano stati rispettati. Altra questione rispetto al fatto puramente "economico": perchè non viene più pubblicato il bilancio FW da luglio/agosto? La trasparenza mi pare fosse uno dei cavalli di battaglia della nuova dirigenza, e parlo di livello "dirigenziale", non di modder o staffer vari. Il bilancio non viene pubblicato e io sono molto curioso di vedere le fonti di finanziamento di FW. Perchè okei che non siete pagati personalmente con uno stipendio, per fare quello che fate, ma ci sono fior fior di utenti, magari pure quelli che si lamentano della qualità, che foraggiano il circuito ogni mese con loro soldi e che non penso proprio che gradiscano tutta questa dialettica di "non siamo pagati" perchè, in un modo diverso, quegli utenti vi stanno proprio "pagando".
  11. Certo che dirlo ad una città come l'Istituto e ad un suo "Dirigente" come Beckio, è un po' ridicolo da parte tua, non trovi, Stardel? Comunque, vedo molta, troppa, supponenza nelle risposte che sono state date ad effettivi problemi che Beckio ha riscontrato. E lo dico senza peli sulla lingua: questo comportamento, diffuso e non solo in questo topic (basta l'esempio fatto da Morandonx sul comportamento dello Staff gdr), mi fa totalmente, inesorabilmente, indissolubilmente, irrimediabilmente schifo. Detto questo, buon Server a tutti, ci si vede nelle prossime ere!
  12. "Se il Dottor Sorin ha fretta di votare, dovrebbe essere un suo compito, Direttore, intimargli di rispettare l'ordine e l'etichetta di questa sede, considerato il fatto che spetta a lei vigilare sull'organizzazione anche del Direttorato." Potterberry sbuffò: anche quello era una prova tangibile dell'incompetenza di Lividain e l'ennesima volta in cui malediceva suo padre per la scelta del suo successore. "Ribadisco la mia contrarietà a qualsiasi limite al diritto di sciopero, o a qualsivoglia sua limitazione."
  13. "Non si può votare "favorevole se" o "favorevole a uno o l'altro", Rettore. Formalizzate la richiesta di voto con una questione certa e diretta: volete sottoporre il diritto di sciopero a limitazioni o volete garantire determinati servizi in determinate fasce orarie durante gli scioperi?" disse il Direttore Potterberry inarcando il sopracciglio destro, "Comunque sia, io sono contrario ad entrambe, e con richieste di voto espresse in questo modo, non potrei essere altrimenti." concluse poi con una smorfia.
  14. "Ci sono, ci sono." disse Potterberry entrando, e sedendosi di nuovo al suo posto. "No, Rettore, lei non ha per niente svolto i suoi compiti al meglio delle sue possibilità, essendoci stato un periodo di completo vuoto all'interno del suo Ufficio, qualche mese fa. Detto questo, auspico che lei prenda coscienza dei suoi molti limiti e cerchi di superarli, onde evitare che la prossima sfiducia sia presa più in considerazione da tutti i Direttori." Lanciò un'occhiataccia poi a Sipòr: era davvero singolare che un Direttore così assente, nelle dinamiche politiche estere, potesse esprimere un'opinione al pari di quella sua o di Sorin, che di relazioni diplomatiche vivevano, uno per lavoro, l'altro per diletto. "Sono assolutamente contrario all'imposizione di una qualsiasi limitazione al diritto di sciopero dei reparti: se il servizio interrotto è di prima necessità, allora di prima necessità deve essere anche la risoluzione del problema che sta alla base dello sciopero. Prolungare le sofferenze di un intero Reparto per il cruccio di avere la responsabilità politica linda agli occhi dell'opinione pubblica non è un buon modo per fare governo. E non lo dico come Direttore che questo diritto l'ha utilizzato, ma soprattutto come amante della Costituzione più liberale di Karaldur. Il mio voto, per queste ragioni, è assolutamente negativo: la Costituzione è e deve rimanere questa."
  15. Potterberry si alzò e, in silenzio, lasciò l'aula dove si stava tenendo la votazione sulla sfiducia del Rettore: quello, per ora, sarebbe stato un messaggio sufficiente a spronare il Rettore verso un nuovo ciclo di lavori, sicuramente meno dipendenti da Spès, dopo la futura chiusura. Sarebbe rientrato a votazione conclusa.