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Found 3 results

  1. Le lande del Jagd erano fiocamente illuminate da un sole stanco e vecchio. Solomon Bendersnake era più in alto di quanto fosse mai stato essere umano, e poteva vedere l’intero Piano stendersi sotto di lui: da Parvi a Drenan, da Zarìa a Balbisia, da Sendai a Maahr. La distesa di pietra di Bopville rifletteva il chiarore rossastro dell’astro morente; la neve annerita dalle ciminiere intorno a Thoringrad era sovrastata dal traffico di aeronavi. E sotto di lui, poteva scorgere le isole volanti della sua Silthrim sferzate dal vento. Un brivido di gelo gli percorse il corpo quando il suo sguardo si posò su Dalmasca: il fuoco la avvolgeva, e l’incendio si stava espandendo con una rapidità innaturale nel paesaggio circostante. Fulmini gialli cominciarono a colpirla, e colpire tutte le città di Mirrodin. Un’aquila cercava di intercettare le saette, e ogni tanto strappava un edificio a Humine per farlo ricadere a terra come un topo morto; ma il fuoco si stava già estendendo lungo Mirrodin. A quel punto si accorse di non essere solo. Dei giganti d’ombra si stavano aggirando per il piano, con in mano dei lunghi pugnali: guardavano il terreno sotto di loro, in attesa di un segnale. Un monte esplose eruttando sangue, e i giganti cominciarono ad accoltellare il mondo, che a sua volta sanguinava come una creatura ferita. Il liquido cominciò ad affogare pianure, foreste, città e montagne; il suono di milioni di anime che urlavano riempì le orecchie di Solomon. Il sangue formò un maelstrom intorno a Spes: la città sacra era asciutta e intatta nell’occhio del ciclone. Una delle figure affondò il pugnale nella città, che si aprì come carne: tutti i giganti si raccolsero intorno alla ferita, afferrandone i lembi e tirandoli, ma riuscivano ad aprire solo una piccola fessura da cui filtrava un raggio di luce. All’ultimo tentativo, si sentì uno strappo e un lampo di luce sgorgò dalla ferita. Solomon balzò nel letto. Era soltanto un incubo. Era nella sua calda casetta di legno di Silthrim; le braci quasi spente del caminetto illuminavano appena la modesta camera da letto al primo piano della struttura. “Ancora quel sogno?” Sua moglie Katja lo guardava con un occhio aperto e metà faccia ancora affondata nel cuscino. “No, un altro… più strano, direi.” Rispose alzandosi. “Ma ormai immagino di averci fatto l’abitudine.” Era dalla notte con Saxton a Bahanas che non riusciva più a dormire senza incubi. Ora poteva capire l’ossessione di Saxton per il caffè e il tono perennemente sfibrato che poteva sorprendere chi lo sentiva parlare per la prima volta. “È ancora buio. Vieni a letto un altro po’.” Si sdraiò di nuovo affianco a Katja, e cominciò ad accarezzarle i riccioli castani. “Perché non chiedi a Lugaìd un periodo di riposo? Sono mesi che viaggi per l’Impero come un portalettere, e neppure l’attentato a Dalmasca ti ha fermato, anzi. Sei un Ministro e hai una faccia che spaventerebbe un becchino.” Aveva ragione, pensò Solomon. Negli ultimi mesi era dimagrito di dieci chili, aveva frequenti mal di testa e due enormi occhiaie si erano definitivamente domiciliate nelle sue arcate sub-orbitali. “Appena questa follia finirà mi dimetterò da Ministro. Ma sai benissimo che non posso andarmene ora.” “Non sono stupida, so che hai delle responsabilità. Ma da morto non sarai utile a nessuno, nemmeno all’Unione.” “Oggi non ho impegni fissi. Che ne dici se ci” Dei colpi al battente della porta interruppero Solomon. “I Superni mi odiano.” Dopo essersi infilato una vestaglia, scese al piano di sotto, dove si accedeva alla porta che dava sull’esterno. “Chi è?” “1° reggimento Gran Guardie di Alyon, Signore. Siamo venuti per scortarla a Corte. C’è un’emergenza.” “Dieci minuti e arrivo”. Calzoni larghi, stivali, camicia, cappotto, guanti, bacio d’arrivederci a Katja. Era pronto. Aprendo la porta, riuscì a notare soltanto due cose. La prima, il freddo intenso dell’alba Silthrimiana. La seconda, una manciata di soldati in armatura che l’avrebbe scortato fino all’Imperatore, gelati in un saluto mirrodiano. “Alyon o Minas?” “L’Imperatore riunisce tutto il Consiglio di Mida e gran parte delle autorità civili e militari al Palazzo Imperiale di Alyon. Non siamo stati autorizzati a sapere la motivazione. La preghiamo di seguirci.” “Se non fossi già intenzionato a seguirvi non avrei mosso il culo dal letto, non si preoccupi.” Solomon e la sua scorta si avviarono attraverso i ponti lastricati che collegavano le isole di Silthrim. L’aurora cominciava a tingere la città il cielo di rame, e il vento soffiava spazzando il nevischio. La città era praticamente vuota, ma la caserma era già in attività e il traffico delle aeronavi era insolito. A lui invece era toccato un treno blindato, dove si riuniva anche qualche generale. Gli era stata riservata una cabina privata, dove poté leggere un giornale riservato ai membri del governo. A quanto pare, nulla di nuovo rispetto al giorno precedente. Dalmasca era ancora nel caos, dopo il furto di 167.000 zenar da parte di uno dei consoli, Gustav Migius, per farsi proclamare Re di Dalmasca e superare l’inattività di governo. I cittadini si erano presto divisi arrivando a scatenare violenze, e un gruppo di profughi si era insediato a Zarìa. All’estero, nessuna particolare novità; movimenti militari di quasi tutte le potenze su quasi tutti i confini, lodi del Senato dell’Unione al sindaco di Bopville Langaiden (più del solito, forse), e le polemiche moderniste per l’abbattimento della Torre di Sylvarant, che consideravano un loro simbolo culturale, si erano ormai sopite da tempo. “Signore, siamo arrivati.” Si doveva essere addormentato, perché il treno si stava fermando ad Alyon. La città era avvolta in una luce ocra proveniente da sud, mentre a nord si accumulavano nuvole cariche di tempesta e mulinelli di vento alzavano polvere dai cantieri che stavano ricostruendo la città. Una carrozza corazzata li condusse al Palazzo Imperiale fuori dalle mura. Una manciata di piccole aeronavi lo pattugliava dall’esterno, mentre i migliori soldati dell’Impero circondavano il perimetro dell’edificio. Neppure la sua scorta e il suo noto volto poterono risparmiargli tre perquisizioni. “Ma chi si vede, Solomon.” Jil E. Saxton gli riservò uno dei suoi migliori sorrisi da lupo e gli batté una pacca sulla spalla. “Mi puoi dire cosa succede? Non mi piace essere buttato giù dal letto senza una buona motivazione, anche, e che rimanga tra noi, se è Snipperworm.” “Credo che l’attuale Imperatore non abbia mai avuto motivo migliore per riunirci. Ma sentirai tutto dalle sue labbra.” Salirono l’imponente scalinata che portava alla sala delle riunioni, ed entrarono. Davanti a loro si erano ormai riuniti tutti i membri del consiglio di Mida, più svariati generali, sovrintendenti e funzionari. Solomon cominciò a intuire che non c’era spazio per il sarcasmo. L’Imperatore di MiDa e Jarl di Silthrim Lugaìd Faust Snipperworm del Clan della Nutria era a capotavola, il suo volto era incupito. Quando furono tutti pronti, iniziò a parlare. “Signori, vi ho radunato qua per una, anzi due, questioni di massima importanza, che mettono a repentaglio l’esistenza del nostro secolare Impero. La prima è che oggi ho ricevuto questa missiva dal Ministero degli Esteri della Repubblica Oligarchica dell’Unione.” Si schiarì la gola prima di iniziare a leggere il contenuto di un foglio di carta che teneva davanti a sé da quando erano entrati. Un silenzio di tomba calò sugli astanti. “Prima di fare qualsiasi commento, devo accogliere in sala un altro ospite.” Ludwig Adegheiz entrò nella sala. Scoppiò il caos: urla e insulti volarono verso il modernista, specialmente dai generali e dal Ministro della Guerra Toretàn. Saxton, tranquillo, non fiatava. “SILENZIO!” urlò l’Imperatore, solitamente molto compassato. “IO HO INVITATO QUEST’UOMO, E LA MIA DECISIONE NON È SINDACABILE!”. Adegheiz approfittò del breve sprazzo di calma per riferire quello che doveva riferire. “Vi parlo a nome dell’Unione delle Repubbliche Minerarie Moderniste e, con delega, degli Stati Uniti Nyani. La vostra intelligence e altre nostre fonti ci hanno reciprocamente avvertito dell’intenzione Unionista di conquistare l’intero Piano, e del loro disprezzo nei nostri confronti. Non mi piace dovermi alleare con voi, nostri antichi nemici imperialisti, ma non abbiamo scelta. Non lascerò che il sogno Modernista venga infranto dalla megalomania di una casta di oligarchi che pensa di poter imporre la propria volontà all’intera umanità, e nello stesso modo pensano i nostri alleati democratici di Nyan. Le nostre truppe difenderanno i vostri confini come se fossimo una cosa sola, e ci aspettiamo un reciproco trattamento. In gioco c’è il destino dell’umanità!” Il ministro Ser Cinci stava per alzare una mano, ma l’Imperatore dismise ogni domanda. “Questa alleanza non è sindacabile. Ora abbiamo una speranza di affrontare l’Unione alla pari. Proclamo lo Stato di Guerra e la Mobilitazione Generale, non aspetteremo la fine dell’ultimatum. Ci vediamo tra mezz’ora per organizzare i dettagli”. La maggioranza dei presenti si diresse di buona lena verso le rispettive sezioni dei Ministeri per informare la catena di comando. Bender raggiunse un sempre più distaccato Saxton sulla terrazza, intento a fumare. La natura morta dei cantieri di Alyon si stendeva davanti a loro, tinteggiata di ocra dalla poca luce che preannunciava tempesta. “È opera tua?” Saxton espirò un anello di fumo. “Ovviamente.” “Come fai a essere così tranquillo? Sai benissimo che non possiamo vincere neanche con Nyan e URMM.” “Ti ricordi quando ti ho detto di volere un pulsante che mi permettesse di distruggere ogni città unionista?” “Prima di massacrare quel villaggio? Purtroppo sì”. “Beh, un certo modernista potrebbe avercelo dato. Non Adegheiz, lui non sa nulla. Anzi, probabilmente verrà tolto di mezzo, troppo idealista. La via della distruzione coincide con l’alba della nuova vita.” “Non ti capisco.” “Ti ricordi il Virus Legione? Quella era una versione sperimentale.” [FINE]
  2. Solomon Bender Snake fissava Jil Evenekeh Saxton, pensieroso. “Ho qualcosa sulla divisa?” chiese Jil senza interrompere il contatto visivo con Solomon. Non era facile sostenere lo sguardo con quei cristalli di ghiaccio, e Solomon fu sollevato di avere una scusa per dargliela vinta in quel gioco di resistenza. Abbassò lo sguardo sulla giacca antracite, dal taglio inconfondibilmente militare nonostante l’Inquisizione fosse il braccio armato di un ente civile, e non parte dell'esercito. “Sai benissimo che è linda come al solito, e sai benissimo che sto aspettando delle spiegazioni.” “Sapere tutto è il mio lavoro. Sì, in effetti sarebbe cortese da parte mia illustrarti il motivo della nostra gita notturna.” Solomon era stato caricato su un’aeronave nera e insolitamente silenziosa dal tetto del castello di Dalmasca, dove era rimasto sin dal giorno dell’attentato. Il suo primo atto da quel momento fu di farsi mettere in contatto telegrafico con l’Imperatore, e di chiedere l’aiuto di Saxton per ristabilire l’ordine a Dalmasca. Non aveva potuto seguire le indagini dei giorni successivi per motivi di sicurezza, ma si era dovuto intrattenere con la ricca collezione di libri appartenuta al leggendario Re Torrazzo e con le melodie del famoso bardo Cecco, anche se un po’ acciaccato dall’età. Purtroppo non aveva potuto godere dei servizi del famoso “Sollazzo del Torrazzo”, perché pagare una prostituta per soffocarlo o avvelenarlo sarebbe stato sicuramente alla portata dell’ignoto mandante che li voleva morti. “Ho fatto qualche indagine” principiò Jil. “Intanto posso dirti che gli attaccanti erano quindici, e l’ultimo che avete incontrato era sicuramente il capo. Cinque si sono appostati in edifici che davano sulla piazza e hanno cominciato a sparare sulla folla, mentre due hanno fatto partire il razzo e gli altri erano già dentro il municipio. Non chiedermi come abbiano fatto ad aggirare qualsiasi misura di sicurezza: ho interrogato personalmente ogni guardia e non ho trovato talpe, neanche con i miei metodi… soltanto inetti.” Solomon poteva soltanto immaginare cosa avessero passato quei poveretti nelle mani di un Saxton con pure meno scrupoli del solito. “Il mandante è ovvio direi. Abbiamo trovato zenar coniati nell’Unione nelle tasche di alcuni dei miliziani, e comunque vi è stato fatto il nome di Ercole Langaiden, il sindaco della capitale unionista. Sospetto che il falco di Bopbville abbia capito che la forza militare del nostro Impero non potrà resistere una settimana all’attacco combinato degli eserciti di Unione, Nyan e URMM, e stia cercando di provocarci per spingerci a dichiarare guerra per primi.” “Ma non cadremo in una trappola così ovvia, vero?” Il volto di Jil si incupì. “Non è così facile. Non possiamo tollerare che un incontro pubblico tra membri del Consiglio di Mida venga trasformato in un’orgia di morte impunemente. Ma non possiamo neanche accusare l’Unione di aver ucciso una cinquantina dei nostri cittadini: ci replicherebbero che cerchiamo di coprire i nostri problemi interni scatenando una guerra. Siamo costretti ad attribuire l’accaduto a fantomatici ribelli dalmaschi e theldorani che rivogliono l’Oligarchia, sottintendendo un supporto unionista.” “Quindi quali saranno le nostre prossime mosse?” “In pubblico, giustizieremo qualche noto oppositore, giusto una manciata, implicando che la maggior parte dei cospiratori abbia partecipato all’attacco. In privato, distruggeremo la rete che ha reso così facile riempire Dalmasca di armi da guerra. Ma vedrai con i tuoi occhi.” “Non ce n’è bisogno, sai che era mio fratello il guerriero della famiglia. E poi non vorrei ritardare la tua operazione perché devi venirmi a prendere a Silth-“ Le labbra di Jil si contorsero in un inquietante sorriso, che gelò il sangue di Solomon. “Credo che tu non capisca” lo interruppe. “Non siamo diretti alla tua cara città volante, ma dalla parte opposta.” “Di che cosa stai parlando?” Solomon cominciava a temere di essere rimasto invischiato in un altro dei complotti di Saxton. “Siamo diretti verso il triplo confine tra l’ex Dalmasca, Nyan e quell’insulso staterello di Bahanas. Più precisamente, stiamo per attraversare il confine di quest’ultimo.” Solomon non se la sentiva di contraddire Saxton e difendere Bahanas da quegli insulti; ma dopotutto erano l’unico stato che non li trattava come nemici, oltre a Parvi. “Dimmi che non stiamo per attaccare Balbisia.” “No, soltanto un villaggio di confine usato dagli agenti Unionisti come base, approfittando dei confini incustoditi. Stiamo volando su mezzi appositamente progettati per le infiltrazioni notturne, e a bordo dell’altra aeronave c’è un manipolo di fedelissimi Granatieri.” Le due aeronavi atterrarono su un altopiano erboso. Solomon poté assaporare la fredda brezza notturna; i primi timidi fiori stavano crescendo sull’altopiano, e i tordi si esibivano nel loro canto notturno. A pochi metri da loro c’era un muretto che dava su uno strapiombo, ai cui piedi sorgeva un villaggio, con un perimetro illuminato per tenere lontani i Bakreantu. Dall’altra aeronave scese un manipolo di quelli che Solomon riconobbe come Granatieri di Zarìa; l’elmo metallico a tesa spiovente, il cappotto lungo, l’armatura e la maschera antigas erano pitturati di nero, e non avevano insegne di nessun tipo. “Jil, non dirmi che stiamo per fare quello che penso.” Saxton si accese un sigaro. “Noi non faremo niente, guarderemo solo i nostri amici fare il lavoro sporco. Hans, prendi il lanciafiamme.” Uno dei soldati scaricò dall’aeronave un enorme attrezzo con una bocchetta e dei serbatoi, e lo indossò grazie a delle cinghie. “Dentro quel villaggio ci sono donne e bambini innocenti!” I soldati stavano scendendo i lati dell’altipiano, per stringere il villaggio in una morsa fatale. “Credi che non lo sappia? Ma i nostri nemici devono sapere che non ci fermeremo davanti a nulla per difendere Mirrodin. Credimi, Solomon, che se i Superni mi dessero il modo di distruggere ogni singola città unionista con un pulsante, non esiterei un solo istante a premerlo.” “Tu non credi ai Superni”. “Vorrà dire che dovrò costruire quel pulsante da solo.” I soldati avevano circondato il villaggio, mentre quello col lanciafiamme si era preparato al centro della formazione. Saxton tirò l’ultima boccata dal sigaro, e gettò il tizzone dallo strapiombo. Evidentemente era il segnale concordato. Il lanciafiamme cominciò a sputare fuoco sulle stalle all’ingresso del villaggio, mentre gli altri soldati sparavano ad arco granate incendiarie sui tetti di paglia. Solomon si rese conto che dietro di loro due soldati avevano montato dei mortai e stavano facendo fuoco: anche quelli erano incendiari. Dopo una trentina di secondi, il fuoco, aiutato dal clima secco di quei giorni di fine inverno, aveva avvolto l’intero villaggio. Il rombo delle fiamme si mescolava alle urla degli occupanti; qualcuno tentava di uscire, ma veniva subito abbattuto dai granatieri come un animale ferito. Quello che era il probabile deposito di armi unionista esplose, lanciando detriti infuocati che ripiovvero lentamente a terra come un gioco pirotecnico. Un gruppetto di contadini, rimasto miracolosamente illeso, si radunò nella piazza centrale del villaggio: proprio in quel momento una granata di mortaio esplose tra di loro, e i corpi dilaniati volarono per decine di metri. L’aria calda e solforosa raggiunse la cima della scarpata, inondandoli dell’odore di carne bruciata che portava con sé. Solomon vomitò la cena di qualche ora prima, e cercava di spingere fuori dal suo cranio anche quelle immagini, ma ormai erano impresse per sempre. Gli occhi di Saxton risplendevano come due tizzoni ardenti. “Ti piace? Potremmo fare concorrenza alle grigliate di Humine.” “Tu sei pazzo.” “E tu sei ipocrita. Quando aizzavi le fiamme della seconda guerra modernista contattando Frenesy, non te ne fregava nulla dei morti che avresti provocato. E ora che vedi cos’è la guerra, diventi una fontana.” Saxton si girò e mi fissò negli occhi. “Sai perfettamente che la guerra è soltanto rimandabile. Presto quello” disse indicando il braciere sotto di loro “sarà la quotidianità di questo Piano. Moriranno a milioni, specialmente nelle nostre città. La mia Zarìa, la tua Silthrim, Alyon, Minas, Dalmasca, Theldora e tutti i villaggi tra di essi bruceranno, e se sapremo difenderci anche Humine ed Ewok. Se vogliamo continuare a far volare l’Aquila, il prezzo di sangue sarà immenso. E se posso versarne un po’ oggi per dare ai nostri bambini qualche anno di pace in più, lo farò.” I soldati erano tornati alle aeronavi, mentre del villaggio sotto di loro non restava più un edificio in piedi: soltanto fuoco. “Sì, sono stato ipocrita” esordì Bender dopo un lungo silenzio “ma queste atrocità non faranno altro che rendere più odiosa la prossima guerra. I dalmascani non dimenticheranno quello che è successo la settimana scorsa, a Balbisia chiederanno giustizia, Langaiden porta alla sua causa nuovi senatori e generali ogni settimana. Forse ci meritiamo davvero il modernismo.” “Sarebbe una fase anche quella. L’Unione si è risvegliata affamata, e ha capito che il mondo circostante non è che una torta. Non si fermeranno finché l’intera umanità non sarà unita sotto il fulmine giallo. Lo sai anche te cosa pensano i senatori unionisti dei modernisti e di Nyan, hai avuto accesso a quei documenti trafugati.” “La nostra unica speranza quindi è convincere il mondo ad allearsi con un malvagio Impero autoritario per rovesciare una superpotenza prospera e relativamente illuminata. Un gioco da ragazzi.” Saxton sorrise. “Sto lavorando anche a quello.” [CONTINUA…]
  3. 1° Darbis di Venes, 1677 d.F. Il sole splendeva sui campi di Dalmasca e sulle cappe innevate dei monti dello Zanarkand; le acque sabbiose del fiume Giallo scorrevano placidamente sotto il ponte che portava al cancello principale della città solitamente brulicante di attività, ma in quell’occasione occupato solo da soldati in alta uniforme. Le bandiere di Mida garrivano dai bastioni del cancello, salutando l’arrivo di un ministro proveniente da Silthrim. Il carro corrazzato, appena uscito dalle acciaierie di Zarìa, produceva un fracasso terribile sul legno di quell’antico ponte, e Solomon pensò che il crollo della struttura sarebbe stata una morte ironica per il Ministro delle Opere Pubbliche di un Impero come Mida. Tre figure sobriamente vestite, ma innegabilmente distinte dalle altre da un elaborato codice di abbigliamento che richiamava il grifone e i colori dalmaschi, aspettavano Solomon Bender Snake nella grande piazza cittadina. “Bentornato nella nostra bella città, Bender Snake!” salutarono i tre consoli, alzando il braccio destro come prescritto dal nuovo codice formale redatto dall’Ente per la Difesa del Pensiero e della Persona del Midiano. Solomon scese dal carro, protetto dai Berserker di Silthrim. “Grazie e salute anche a voi Miloum Silvo, Gustav Migius e Onorio Unus Kenobi, è un piacere per me tornare nella vostra splendida città!” “Che ne dice di un giro turistico, prima di andare al cantiere della metro Torterra?” Solomon alzò lo sguardo sul Torrazzo, il campanile del Duomo di Dalmasca omonimo del famoso Re. Amava quella città da quando ci si era rifugiato per sfuggire all'epidemia che aveva falcidiato Mirrodin, ma prima si fosse tolto il fardello della sua missione, meglio sarebbe stato per tutti. “Grazie ma preferirei fermarmi un attimo nel Municipio, ci sono degli importanti documenti che dovreste firmare quanto prima.” Il quartetto salì la scalinata dell’imponente edificio, abbandonando la folla di curiosi delusa dal cambiamento di programma. Raggiunsero un ufficio al primo piano e Solomon si impossessò della scrivania. Dopo essersi versato un’ombra di vino da una bottiglia lì presente, incominciò il discorso. “Risparmiamo i convenevoli: come ben sapete non sono qua per l’inaugurazione di un semplice cantiere, pur tanto importante per l’unione della nostra Nazione. L’Imperatore Snipperworm mi ha mandato qua per avvisarvi che la pazienza di Mirrodin” “Di Mida” interruppe Silvo “ha un limite.” continuò Solomon incurante. “stiamo ancora aspettando le vostre nomine al Consiglio, l’integrazione dei corpi d’armata procede a rilento, la stesura della costituzione nazionale è bloccata, parte della vostra popolazione rimpiange l’indipendenza, a Theldora spariscono carichi di minerali e armi diretti alle nostre industrie… non pensiate che i vostri buoni risultati nel combattere l’epidemia del vampirismo bastino a redimervi. Volete continuare ad amministrare la città con un sistema disgustosamente unionista? Ve lo permetteremo, se ci porterete dei risultati.” “Ti abbiamo ospitato assieme alla tua famiglia e ci ripaghi trattandoci come idioti?” obiettò Kenobi. “Credete che a me faccia piacere assumere questo ruolo? L'alternativa era una visita di Sax-“ Un’esplosione scosse l’edificio, facendo scoppiare i vetri delle finestre e gettando nel caos la stanza. Migius estrasse la pistola e incitò gli altri a seguirlo nel corridoio, mentre venivano raggiunti dalla scorta di Solomon. “Cos’è accaduto?” chiese quest’ultimo. “Un razzo ha colpito un’ala dell’edificio danneggiandola e qualcuno ha messo sotto tiro noi e la folla, probabilmente dalle finestre delle case sull’altro lato della piazza. Crediamo che l’obiettivo siate voi quat” Un proiettile uscì dall’occhio del Berseker, sfiorando l’orecchio di Solomon e schizzandolo di sangue e cervella; il corridoio era invaso da quelli che sembravano semplici cittadini, ma armati di fucili Majitek nuovi di zecca. Le due guardie rimanenti scaricarono i mitra e partirono all’assalto con le asce da trincea, alla maniera Silthrimiana, mentre Kenobi cercava di aprire la porta davanti a loro che li avrebbe condotti all'ala sud dell’edificio, quella da cui si era originata l'esplosione. La porta si aprì proprio nell’istante in cui il secondo soldato veniva ucciso dietro di loro; riuscirono a passare e a sbarrare il passaggio con un armadio carico di libri. “Vittoria attraverso la conoscenza, no?” commentò Solomon. “O fuga, in questo caso”. Il crepitio degli spari provenienti dall’esterno si intensificava, mentre i quattro si addentravano nell’ala dell’edificio ancora in fiamme. Il razzo aveva sventrato i primi due piani dell’ala, e quelli superiori sarebbero collassati da un momento all’altro. Gli arazzi e i libri di cui erano sature le stanze stavano alimentando l’incendio, trasformando il luogo in una fornace che avrebbe fatto invidia agli altoforni di Zarìa. “Con questo fumo non si vede nulla” disse Solomon, tossendo. “Da questa parte, la luce del sole!” urlò Silvo, conducendo gli altri. Iniziarono a correre, ma dopo pochi secondi tra loro e l’uscita si frappose un imponente soldato armato di spada e protetto da un’armatura. “Ercole vi manda i suoi saluti” disse sorridendo. Silvo alzò il braccio per sparare, ma gli venne reciso con un colpo netto della lama. Il soldato stava per tranciare anche la testa del console, ma Migius mirò alla testa e sparò; il colpo rimbalzò di striscio sull’elmetto, intontendo abbastanza l'aggressore da permettere a un Berserker appena entrato di decapitarlo con la sua ascia. “Forza, da questa parte!” Il carro blindato era parcheggiato col retro parzialmente parcheggiato all’interno dell’edificio, pronto a caricarli; una volta saliti, il portellone si chiuse e partirono più velocemente possibile verso il castello fortificato, scortati dall’intera milizia. Ogni tanto qualche proiettile si infrangeva sulla fiancata del carro, fortunatamente ben robusta. Un paramedico cercava di fermare l’emorragia dal moncherino di Silvo, mentre Kenobi si coordinava con un ufficiale e Migius prendeva a pugni la parete metallica del carro. Solomon osservava da un oblò la piazza coperta di cadaveri: era difficile distinguere i miliziani dai civili maschi, ma solo donne e bambini erano dozzine. Ed erano tutti morti soltanto per distrarre i soldati da ciò che succedeva dentro il municipio; sapeva che lo aspettavano parecchie notti insonni. “Dopo ciò che è successo oggi non potrò più proteggervi.” Iniziò Solomon. “L’Imperatore non potrà tollerare un simile massacro e il tentativo di assassinio che abbiamo subito. L’attacco di oggi è stato organizzato, finanziato, ed è andato pericolosamente vicino al suo obiettivo. Appena Gli arriverà notizia, manderà il suo uomo più fidato a sistemare le cose. E se anche lui fallirà… che il Superno Lelem possa proteggerci tutti.” [CONTINUA]