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[GDR] "[...] Esistere veramente?"

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Le strade di Eduial non le erano mai apparse così buie. «Veridia non è... ancora tornata?» Loster era disteso sul letto, perseguitato da dolori lancinanti che gli impedivano di muovere un singolo muscolo: spostarsi, parlare, persino respirare lo costringeva a stringere i denti. «Il sole ormai è tramontato.» - Non era raro che la figlia tardasse, perciò le uniche attenzioni della moglie erano rivolte al marito. - «Per quanto dovrai sopportare questo male?». Il marito sorrise: quei due grandi occhi che si ritrovava davanti e il benessere dei suoi figli, era ciò a cui s'era dedicato per larga parte del suo tempo, perciò essi sarebbero stati la sua ragione di vita. «Attenderò... quanto necessario.» Il desiderio di vedere la figlia un'ultima volta bastava a mantenere accesa quella luce. «Non saresti dovuto andare, Loster...» - Il tono di Arabel cambiò improvvisamente: il capo chino, triste, ogni resistenza era vana come se in quel momento tutte le rassicurazioni crollassero, lasciando la donna sola e indifesa, in una visione decisamente pessimistica del divenire. E accasciandosi accanto, trafisse le spalle dell'uomo con delle lacrime che racchiudevano tutta la sua disperazione. - «Non saresti dovuto andare...».

 

Sui freddi spalti del Colosseo ancora in costruzione, ormai ben lontano dagli orari di chiusura dei lavori, poteva intravedersi una figura china, intenta ad osservare il cielo. "Se tutte quelle stelle fossero mondi..." - Scagliò un sasso contro il muretto - "... Io qui starei solo perdendo tempo.". Gli occhi risplendevano al color della luna, celati sotto una chioma dorata, tenuta sempre ben nascosta da un cappuccio che lasciava poco del suo candido viso scoperto. Un grido in lontananza, lei sapeva benissimo di cosa si trattasse: l'ultima fase della guerra era finita da poco e molti soldati che, ritornavano esausti alle proprie abitazioni, dovevano ora fare i conti con le loro precarie condizioni fisiche. Non era raro in quei giorni percepire la tensione e la disperazione che si diffondevano per le vie della città, ma nessuno poteva opporsi al destino... nemmeno suo padre.

 

La tosse era sempre più pesante. Denti stretti, ma resisteva: voleva rivedere la figlia per un'ultima volta... a tutti i costi. Scambiava ogni leggero movimento nell'aria per quei passi che tutte le sere aspettava con ansia. «Veridia, non è tornata?» Ogni qualvolta poneva quella domanda, il dissenso della moglie gli procurava un leggero brivido, che subito si smorzava, soppiantato da ulteriore speranza. Il carattere della figlia era sempre stato un interrogativo, persino per lui. Eppure era forse l'unico che riusciva a oltrepassare la freddezza di quegli occhi, instaurando un particolare legame. Qualsiasi dolore era sopportabile, se la condizione era maggiore della sofferenza. "Devo resistere..." - Continuava a ripetersi - "... devo... resistere.".

 

Manteneva un passo disinvolto lungo le vie cittadine, accompagnata da un silenzio assordante... il suo più confortevole amico. Di certo non s'aspettava d'incontrare nessuno per quell'ora, tantomeno avrebbe cercato il dialogo con gli sconosciuti, ma la sensazione di aver mille occhi puntati addosso, non era solo un presentimento: l'aura di mistero che riusciva a crearsi attorno, ne limitava l'avvicinamento anche degli altri, che osservavano a distanza. Lei era abituata a sopprimere questo fastidio e non saziare la siete di curiosità degli osservatori. La porta di casa era socchiusa, tanto che le bastò una piccola spinta per averne l'accesso. Desistette, però, qualche istante sull'uscio: non c'era nessuno che la rimproverasse. Non era raro che la madre si scagliasse contro ogni volta infrangesse qualche regola... era diventata una routine giornaliera.

 

«Certo che stavolta ti sei proprio superata!» - Un solo passo bastò a scomodare la madre, che non si trattenne anche in presenza del marito: questi di solito fungeva da 'attenuante' nelle liti madre-figlia. - «La tua sconsideratezza non ha limiti.». «Non essere così avventata...» - La moglie al richiamo del marito, si girò di spalle, continuando a borbottare. - «Sono sicuro che ha degli ottimi motivi. Siediti qui vicino.» Veridia si mosse lentamente, ma non riusciva a rifiutare un invito del padre. Appena s’avvicinò abbastanza, questi le prese la mano e la strinse. Era fredda, rigida, tremante. La figlia pietrificò perché non sapeva come reagire, ma restava sospesa tra un conflitto di emozioni che non riuscivano a imporsi l’una sull’altra. Solo dopo pochi secondi s’accorse che la mano non era l’unica cosa a sfiorarle il palmo: c’era qualcos’altro, altrettanto freddo. Quando lasciò quella mano che faticava a distaccarsi, di sotto scoprì un foglio accartocciato. Il padre ne osservava attento la reazione, ma la figlia ancora non riusciva a muoversi. «Arabel, adesso sì che sono felice…» - Un ultimo sguardo alla moglie, poi tornò sulla figlia, con un sorriso incompatibile in quelle circostanze. - «Abbiate cura di voi.»

 

“Veridia, non hai idea di quante lune abbia dovuto attendere per scriverti ciò che andrai a leggere. Probabilmente tante quante le volte che avrei voluto parlarti, ma ero troppo occupato a vederti osservare le stelle.”

 

L’umido messaggio, stropicciato e sporco di sangue sui bordi, veniva letto per la prima volta sotto la luce di un nuovo sole e da occhi che non fossero gli stessi dell’autore. La figlia era seduta sul terrazzo, un posto in cui trascorreva piacevolmente del tempo in tranquillità e lontano da sguardi indiscreti. A quelle parole arrossì, anche se cercava di negarlo persino a sé stessa. “L’ha saputo per tutto questo tempo…”.

 

“Non sono stato impedito dal tuo carattere, che non è estraneo a quello dei nostri antenati, di cui ti invito a scoprirne di più se hai voglia, ma la verità è che non avrei saputo come convincerti.

Nonostante fossi cresciuto anch’io sotto una luce non molto diversa dalla tua, mi convinsi che se volevo lasciare un’impronta che resistesse alla prova del tempo, dovevo in qualche modo mettermi in gioco e non restare nell’ombra. Capii che per quanto possa valere una persona, se questa non rende partecipe gli altri della propria personalità, di sé non resterà null’altro se non un esule zattera alla deriva pronta ad essere abbattuta dalla prima tempesta.

Veridia, vuoi esistere veramente?”

 

Una domanda del genere bastò a spiazzarla per qualche istante. “Esistere veramente?” Non s’era mai posta questo problema, eppure sapeva già di conoscere la risposta.

 

“Di certo, figlia mia, non sarò io a dirti cosa fare. Ci ho provato per molto tempo… senza riuscire nemmeno a scalfire il tuo ego e la tua caparbietà sovrumane.

Se però c’è una cosa che ti chiedo, è proseguire il mio lavoro, almeno finché tuo fratello non crescerà abbastanza da poter tenere le redini di una famiglia, a cui spero tu stessa voglia insegnargli come crescere. Sarai in grado di farlo?”

 

Un sorriso le illuminò il volto: solo suo padre sapeva come rendere noiose aspettative, irrinunciabili sfide. La conosceva più di quanto lei non riuscisse a nascondere… forse, la conosceva più di se stessa.

 

“Sono abbastanza soddisfatto del mio operato. Non amo vantarmi delle mie gesta, ma se c’è qualcosa di cui vado veramente fiero, è stato consegnare a questa città forse il più grande dei miei contributi: quel miracolo ha un nome, e si chiama Veridia.”

 

Una lacrima riuscì a sfuggire al suo controllo, andando proprio a sbiadire quelle ultime righe. Là, dove l’inchiostra stava per esaurirsi e la mano diventava stanca; Là dove terminavano i saluti e la firma del padre; Là dove per la prima volta assaporava responsabilità di cui non sentiva il peso, ma da cui traeva forza. Strinse la lettera tra quelle mani, portandola al petto. «Non ti deluderò, Loster…» - Sussurrava al vento. - «Non ti deluderò.»

 

Nella monotonia della nuova giornata, s’avvicinava l’orario di pranzo. La madre aveva apparecchiato ancora per quattro: il ricordo era troppo vicino, gli occhi ancora rigonfi. Veridia sedeva di fianco ad un posto vuoto di cui solo ora percepiva la mancanza. Non aveva fame, preferiva vagare a ritroso in quei ricordi che s’erano intensificati nella mattinata. Quando l’occhio ricadde sulla madre, sussurrò alcune parole. «Cosa?» La reazione fu brusca: occhi fissi sulla figlia e totale assenza di movimento. Non sapeva se temere di più aver sentito bene o pensare d’averlo fatto. Da Veridia solo un sincero sorriso: «Mio padre… Voglio che mi raccontiate che uomo era.»

 

GDR OFF:

Questo è di sicuro il primo gdr, spero di una lunga serie, che posto sul forum, perciò accetto critiche e spunti che possano aiutarmi a migliorare. Con queste parole voglio anche comunicare il decesso di Loster e il cambio di pg, che non appena trovo il tempo aggiorno sulla wiki. Spero di non avervi annoiato ;)

digreG and Àlikos Resolàn like this

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Off: mica male!! Scrivi bene, appena esco dal lavoro leggo tutto :-)

OFF: Grazie :D, attendo una tua considerazione allora.

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