MrPotterberry

[GdR][Romanzo Epico Cavalleresco] Il William Iracondo

15 risposte in questa discussione

IL WILLIAM IRACONDO

 

I

Qui si racconta senza affanno,

di dame, cavalieri e di malanno,

per testimoniar il vero valore

di chi in vita fu un lottatore.

Si racconta del prode William,

Suo santo, grande Custodian,

degli amori perduti e malevoli inganni,

che diedero all'eroe tristi affanni.

Si parlerà di castelli e cavalieri,

eretici, pagani, soldati e avventurieri,

in una storia che per poesia

ha deliziato più di una Signoria.

 

II

Fu in una lontana terra

grandiosa ma devastata dalla guerra,

che il poema nostro ebbe inizio
in un freddo mattino, per nulla fittizio.
Nel primo mese del calendario,
William, armato e temerario,
guidava goffo e stanco,
il suo esercito di saltimbanco.
Infin, al suo ceno di mano

Si rifugiaron su un vasto altipiano

i picchieri, smorti e martoriati,
buttaron le armi ai sassi ghiacciati.

 

III
“Grazie mio signore” disse il sergente
“La marcia fin’ora è stata opprimente.”
William non lo guardò, ma con viso di talco,
scrutava il nemico con occhio di falco.

Il gran generale, prima della battaglia,
incitava la sua ignobile accozzaglia
ma già gemeva, pensando al fatto sicuro,
d’incontrar l’acciaio freddo e scuro.
I gendarmi combattevano risoluti,
contro i loro nemici più che malvoluti.
Forti, rozzi, grassi e insolenti,
i predoni menavan pesanti fendenti.
 

IV
Più di un cadde in quella giornata,
ma la vittoria fu meritata,
urla di gioia, gran confusione,
si levarono infine dal battaglione.
Il prode William, pieno di gloria,
si godeva placido la grande vittoria.
Tornati in patria, i valenti soldati,
furon da tutti molto acclamati.
“Il paladino William è tornato vincitore!”
disse solenne l’Inquisitore.
“Iniziate le cerimonie, tutti quanti!”
asserì  lanciando i guanti.
 

V
E così inizia la nostra avventura,
nel lungo mese della calura.
Grandi tornei furon organizzati
per festeggiar gli eroici risultati
del Custodian e del suo battaglione
che sfidarono la morte e la desolazione.
E qua il nostro festeggiante,
incontrò la sua dama dal viso raggiante.
Nuovi sentimenti riempirono il cuor del comandante.
famoso, intrepido ed assai affascinante.
La battaglia più dura, quella d’amore,
l’avrebbe combattuta in fondo al suo cuore.
 

-

 

VI
Vincitore in terreno straniero,
il nostro era a guida del suo maniero
in quel pacato dì soleggiato
piacevole, ventoso e temperato.
Ma i guai, come può provarsi,
mai tardano a presentarsi.
Fu proprio in un giorno di torneo
che si presentaron in elmo bronzeo:
"Son Gains, cavallerizzo,"
disse come per dar nome e indirizzo
"Con questo stallone, ovunque si sà,
in battaglia ne stronco in gran quantità"
 

VII
Ma il prode William, sicuro e stanco,
ben presto gli diede del saltimbanco.
"Ma cosa dice!?" Gains fece,
ormai scuro come la pece,
"Lei è rachitico, vile e fellone!"
disse il cavalier mollando un ceffone.
William trottorellò, per il colpo potente,
e cadde in terra come un demente.
"La sfido a duello, è fatto sicuro!"
disse Gains ancora più scuro.
La folla attonita, ormai radunata,
già parlava della sorte annunciata.
 

VIII
Grandioso, spavaldo ma assai preciso
lo sfidante arringava la folla coinciso.
Diceva a gran voce "Eroe di battaglia?
A me sembra solo un’insulsa canaglia!"
William al sole nell'armatura sudava,
mentre qualcuno applaudiva o fischiava.
"Bando alle ciance!" tuonò l’Inquisitore,
fedele potente dal grande valore,
"Che il torneo inizi, signori oibò,
o ai viguis in pasto vi darò!"
Della folla chiassosa, già in visibilio,
non rimase presto che un lieve bisbiglio.
 

IX
I due cavalieri, fermi e brutali,
non si trattavan da vecchi sodali:
"Offende me? Saltimbanco ci sarà lei,
e la genitrice vostra che pagar potrei!"
disse Gains, dietro la visiera,
dove sudando inveiva miseria.
Ma William, non conoscendo terrore,
non si mosse evitando l'errore.
"Non si muove e allora sarà bella!"
disse il nemico scalciando la sella.
Nella folla silenziosa, già serpeggiava,
la delusione per l’eroe che li rappresentava.
 

X
Ma si sa, il Lidor, anche in guerra,
già ha scritto il fato della terra.
Successe che lontano, nei Colli Albini,
ci fu una frana di sassolini.
La frana scese, veloce e schietta,
contro di un villico la legnosa cassetta.
Essa esplose, con fare distruttivo,
sradicando pure un vecchio ulivo.
Forse per quel suono, forse per terrore,
il cavallo di William partì con furore.
La folla allibita, incredula e svenente
fu la sola a mirar il grandioso incidente.

 

-
 

XI

Con un iracondo e acuto nitrito

il cavallo saettò avanti spedito.

Il grande William, con un sorriso in guancia,

veloce mise in resta la lunga lancia.

Sì frantumò in uno scoppio di schegge,

contro lo scudo che l’avversario protegge.

Gains volò, per destino burlone,

dritto nel vicino fondo burrone.

“Giustizia è fatta!” gridò la gente

sotto il forte sole cocente.
“Grande vittoria da noi condivisa”
disse l’Inquisitore nella rossa divisa.
 

XII
William saltò con piede lesto,

giù dal grosso stallone mesto.

Notò subito una freccia caina,

conficcata nella povera natica equina.
Il dubbio sulla sua vittoria prese il sopravvento,

muovendolo poi di un nuovo tormento.

Da chi, io, fui aiutato?

Chi, la vittoria mai mi ha donato?
Mille domande affollaron la mente,

in fondo il nostro eroe non era un demente.

Così, indaffarato e sotto la calura,

non si accorse della nascosta figura.

 

XIII

“La fortuna, si sà, sempre gira ”,

disse l’uomo con un cenno d’ira.

William notò, di rosso colore,

il volto di Wilfred, bieco accusatore.

Grasso, flaccido ed iracondo,

sognava di essere il capo del mondo.

“La battaglia fu mio pretesto,

per essere ambasciatore molto presto.”

A William, mai stato un grande statista,

il nesso logico sfuggiva di vista.

“Portai anche io il mio campione.

Presto vedrai Sir Vik in azione. ”
 

XIV
Ci vollero alcune lunghe sedute

condite da spiegazioni assai ripetute

per fargli entrar ben nel cervello

che non si trattasse di un bieco tranello.

“Hai terrore e io non t’inganno:

lui ti causerà più di un affanno,

il suo nome è Vik, di lancia maestro,

e ti sconfiggerà sicuro al più presto.”
William, che di coraggio non mancava,

la figura lontana torvo fissava:

un singolo uomo con un tale naso

doveva essere demone, non c’era caso!
 

XV
Presto s’incamminò, leggero ma armato,

verso l’eremo del Bosco Dorato.

Lì riposava, senza molti affanni,

il maestro Kantius da tanti anni.

Il grosso uomo, di grande corporatura,

lo salutò sovrastandolo in statura:

“Cosa vuoi, dal mio grande giaciglio,

cerchi forse d’armi un consiglio?”

Kantius  acconsentì, sicuro e veloce

ad insegnar la dottrina del punto croce.
“Potevi dirlo, per la mia pancia,

che volevi lezioni di lancia!”
 

-

 

XVI

William tornò, fedele ma stanco,

al torneo con una picca affianco.

Di tale arma, ancora maldestro,
quasi incespicò sul piede destro.

Wilfred rise di gusto, bieco e sornione.

“Si faccia allor avanti l’altro grande campione!”

Vik avanzò, lancia in mano, elmo in testa,

colpendo terra con l’arma funesta.

William fece lo stesso ma meno grandioso,

della maestranza nemica assai curioso.

Vik agitava il lancione, borioso e stolto,

con un sorriso nel barbone folto.

 

XVII

Ormai è fatto però accaduto:

il Lidor il destino non lascia incompiuto.

Successe più per disgrazia che malasorte,

una prova del Suo potere grande e forte:

nella foga della boriosa preparazione,

Vik inciampò sul possente lancione.

L’arma nefasta saettò in aria,

mentre il campione cadde sull’aia.

La folla, in gran fracasso,

 ora se ne restava pallida di sasso.

Tutti videro ricader l’armone,

e infilzare l’impavido campione.

 

XVIII

William di più di un pizzico ebbe bisogno,

per essere sicur di non trovarsi in un sogno.

“Allora è ver che dal Lidor è protetto”

svenne Wilfed, subito sorretto.

Vinse la fede, quel giorno glorioso,

William da tutti eretto vittorioso.

Per il campione si levò un gran coro,

mentre cercava l’amata tra loro.

Infine la trovò, in mezzo alla folla,

e corse da lei con le gambe in spalla.

Le prese le mani con cuore audace,

per baciarla da amante verace.

 

XIX

Non fece in tempo a sfiorar l’amata

che fu preso da una mano inguantata.

“Cosa volevi, sporca canaglia,

mettere forse incinta mia figlia?”

Ma è ormai fatto appurato, si sa:

i fabbri sanno ben poco della sessualità.

Uno schiaffo pesante lo colpì sul viso,

e nel deretano un calcio preciso.

“Nessun uomo tocchi il mio angioletto,

se non sa forgiar in modo perfetto!”

William, fedele e di coraggio,

pensò di tornare da Kantius il Saggio.

 

XX

“Cosa vuoi, ancor lezioni di lancia?”

chiese l’omone dalla grande pancia.

William spiegò, rosso in viso,

la faccenda veloce e conciso.

Kantius rise di gusto con le gote rosse,

tirando anche un colpo di tosse.

“Ti aiuterò, fedele soldato,

e il tuo cuore si sentirà rinato.”

Per tutti i giorni seguenti

Il nostro colpì colpi potenti.

L’arte di forgiare conobbe perfetta

e tornò dal padre di tutta fretta.

 

-

 

XXI

“Ah, ancor tu, uomo malnato!”

urlò il fabbro di molto adirato.

“Se sei giunto fin qua per la sua mano,

certo non la meriterai sporco villano!”

Il soffietto pesante sbuffava,

e i carboni lento attizzava.

Un lingotto di Igniv, nobile lega,

era pronto sull’incudine della bottega.

L’omone barbuto sorvegliava la prova,

sorridente e ripien d’attenzione nuova.

William si avvicinò agli strumenti,

forte e nuovo d’insegnamenti.

 

XXII

Oramai è ancora più appurato:

 il Lidor non abbandona lo sventurato.

Il Suo volere, santo per definizione,

fece sganciare un grande spadone.

Cadde pesante sul bancone,

generando gran confusione.

Il fabbro, in quel momento indaffarato,

non sentì altro che il chiasso generato.

Subito accorse, di gran premura,

per capirne la dubbia natura.

Non vide altro che il nostro da parte,

a martellar quell’opera d’arte.

 

XXIII

“Questa è arma da Re, chi non lo giura?

Disse esaminandone l’estrema fattura.

Presto il fabbro William squadrò,

da capo a piè veloce guardò,

“Non vorrei deluderti il cuor,

ma la tua amata è fuggita d’amor.

Un uomo alto, di molto idealismo,

ed un accenno di rotacismo.”

In quel giorno, i molti accorsi,

sentiron chiaro un cuore scomporsi.

William guardava, di anima privo,

pieno e straziato di dolor primitivo.

 

XXIV

Corse nel bosco, ed ancora più in là,

attraversando rivoli, steppe, città.

Le sue gambe, di freno private,

correvano leste di rabbia malate.

Cadde poi, straziato e morente,

presso un salice bruno piangente.

Sguainò la spada, con le forze rimanenti,

e cominciò a menare fendenti:

aria, foglie, rami, la natura clemente,

diventava oggetto d’ira furente.

La spada si ruppe, cadde in molte occasioni,

e lui continuava a lanciare ceffoni.

 

XXV

Nudo restava, a terra tremante,

privo di forza e sanguinante.

“Lidor, di gloria imperitura,

perché dannasti un’anima pura?

Non potei fare di meglio in vita,

per servire la fede, la tua anima ardita.

Ora son qui, verme ignudo,

privo di arma e del mio scudo.

Venga la morte, allora e presto!

Caina si prenda questo cuore funesto.

Di battaglie d’armi son stato vincitore,

ma ho perso tutto in quella d’amore.”

 

 

Spiegazione e critica dell'Opera

 

L’opera si compone di 25 varis (“strofa” nella lingua dell’Inquisizione) e rappresenta uno dei primi poemi epico - cavalleresco prodotti. Sulla veridicità del tema affrontato si è discusso parecchio ed alcuni sostengono che le gesta raccontate siano attribuibili ad un generale Custodian vissuto seppur molto prima degli anni che videro la pubblicazione dell’opera. Tale Baltisar Aderis fu, appunto, il condottiero brillante che per primo scacciò la minaccia dei predoni dalle montagne di Vargarad. Anche Baltisar, come l’eroe del poema, farà la medesima scelta finale sostenuta dagli stessi motivi del protagonista, cosa che rende ancora più veritiera la tesi portata.

Grande poema anche sotto il contenuto metaforico: le tre diverse prove al quale viene sottoposto William non sono niente di meno che i deprecabili errori dell’uomo secondo la dottrina Lidorista: il primo, la superbia annientata dalla fede; la seconda, la sicurezza in se stessi che si elimina da sola quando in preda alla superbia; l’esperienza eliminata dalla sicurezza in se stessi.

Il tema dell’amore si erge, infine, come monito sulla santità dell’anima: il colpo di fulmine, frutto e dono dell’Ingannatore stesso, sarebbe ciò che porta alla follia lo spirito del santo portandolo, inevitabilmente, sulla via della dannazione eterna.

Per quanto riguarda i personaggi, anch’essi contengono grandi spunti metaforici:

William: grande condottiero seppur dalla modesta prestanza fisica. Rappresenta il fedele che, anche dietro un corpo forte, deve affinare la fede per rendersi Suo araldo;

Il sergente: sembra rappresentare l’umanità e l’empatia che il fedele deve avere anche se molti sostengono che possa rappresentare l’autocompiacimento per le azioni caritatevoli. Questo retto anche dalla reazione che William ha nei suoi confronti: la totale indifferenza che deve avere il fedele nei confronti dell’autocompiacimento;

L’Inquisitore: per alcuni considerato solo voce fuori campo, per altri rappresenterebbe il Lidor stesso che acclama o punisce i suoi fedeli.

Gains: rappresenterebbe il primo spettro, quello della superbia.

Wilfred: considerato da molti l’Ingannatore che aiuta il fedele solo per portarlo sulla via di nuovi scontri e promesse, senza mai concedergli la salvezza eterna.

Vik: il secondo spettro, quello dell’assoluta sicurezza in se stessi.

Kantius: altra rappresentazione del Lidor. Concede la maestria all’umile che la chiede. La figura viene disegnata  come eremita dalle forme tondeggianti per rappresentare il viaggio solitario del fedele nell’umiltà e la grande bontà del Dio.

Fabbro: terzo spettro, quello della fedeltà cieca all’esperienza e a ciò che si vede, fedeltà che deve essere invece riposta solo nel Lidor.

La dama dal viso raggiante: per alcuni l’Ingannatore stesso sotto mentite spoglie, per altri il semplice amore che non lascia scampo e fa dannare l’uomo che vi cade.

L’uomo della fuga d’amore: molto si è detto nei confronti di questo personaggio ma ci sono ancora molte lacune in merito a questa figura. Si ignora anche che cosa voglia simboleggiare “l’accenno di rotacismo”.

 

Altra peculiarità dell’opera è che il personaggio principale, William, non inizi mai un discorso diretto se non alla fine in un lungo monologo della durata di una intera varis. Anche se i migliori critici non si sanno spiegare il perché di questa scelta narrativa, altri affermano che sia per un motivo ben preciso: William, fedele timorato ma non ancora del tutto Santo, deve intraprendere un cammino nella via della Sua fede che lo vedrà, poi, scegliere il sentiero dell’Ingannatore e della follia invece che perseguire la via della Santità. Il monologo finale starebbe proprio a significare l’affronto che il fedele compie nei confronti del Lidor, pensando di poter parlare con Lui da pari, inveendo contro il Suo nome e sostenendo di aver agito sempre nella Sua grazia. L’intero monologo fa capire che William non ha sconfitto gli spettri degli errori, bensì se ne porta araldo con la sua superbia, la sua sicurezza in se stesso e la sua nuova esperienza.

Modificato da MrPotterberry

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

OFF: Ma è... è... epico! (in tutti i sensi)

 

Un lavoro fantastico, il nuovo rivale della Pandai (se poi la traduci nella lingua dell'Inquisizione sarà  :zombie:  :zombie: ). Ora scelgo un pezzo e lo metto in firma :D

Piace a MrPotterberry

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Dopo un "periodo non bene definito di tempo" ho tradotto la prima strofa. 
 

Di William Iriquint

 

Ivis siis recunda avit dolis,

is ladis, Lordis et is canceris,

vit vinquisere di veri virat

is quis en vitae iserat ut bellirat.

Siis recunda isdi curagisat William,

Se santi, grandi Custodiam,

isdis amores persats et malvis ingablis,

que dierat adi hero sadis dolis.

Siis favelà is mastios et ippotas,

Eretiquis, paganis, bellirat et historitas,

en ut historit que vit varisat

aber gustat mor is ut Lordisat.

Il tempo di mettere apposto il vocabolario e pubblicherò sulla wiki.

Piace a Maròk

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Dopo un "periodo non bene definito di tempo" ho tradotto la prima strofa. 

 

Di William Iriquint

 

Ivis siis recunda avit dolis,

is ladis, Lordis et is canceris,

vit vinquisere di veri virat

is quis en vitae iserat ut bellirat.

Siis recunda isdi curagisat William,

Se santi, grandi Custodiam,

isdis amores persats et malvis ingablis,

que dierat adi hero sadis dolis.

Siis favelà is mastios et ippotas,

Eretiquis, paganis, bellirat et historitas,

en ut historit que vit varisat

aber gustat mor is ut Lordisat.

Il tempo di mettere apposto il vocabolario e pubblicherò sulla wiki.

Mi ricorda troppo l'High Gotic come impostazione. Latineggiante al massimo :asd:

Piace a MrPotterberry

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

In realtà è un 40% di niente, 40% di gusto latino e un modesto 20% di parole inglesi scritte come si pronunciano (vedi più -> mor)

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

In realtà è un 40% di niente, 40% di gusto latino e un modesto 20% di parole inglesi scritte come si pronunciano (vedi più -> mor)

Si esatto :asd:

Alla fine è lo stesso modo di fare pseudolatino :asd:

Modificato da Adegheiz

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Dopo un "periodo non bene definito di tempo" ho tradotto la prima strofa. 

 

Di William Iriquint

 

Ivis siis recunda avit dolis,

is ladis, Lordis et is canceris,

vit vinquisere di veri virat

is quis en vitae iserat ut bellirat.

Siis recunda isdi curagisat William,

Se santi, grandi Custodiam,

isdis amores persats et malvis ingablis,

que dierat adi hero sadis dolis.

Siis favelà is mastios et ippotas,

Eretiquis, paganis, bellirat et historitas,

en ut historit que vit varisat

aber gustat mor is ut Lordisat.

Il tempo di mettere apposto il vocabolario e pubblicherò sulla wiki.

 Molto latineggiante, ma bella :D

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Solo io ho letto il romanzo in tono "Cantastorie/Bardo"? :D

Miscredente, come osi dar la nomea di cantastorie a codesto poeta capace di comporre un'opera cotanto ricca di beltà? Il Sommo Lidor non ne sarà contento, e anche tu come Vik verrai infilzato dalla picca della tua ignoranza! :asd: si scherza eh

Modificato da Manìj
Piace a MrPotterberry

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Sto lavorando ad una nuova opera, tra un po' di traduzione e un'altra. Questa volta sarà sulla base (solo base) di una celebre opera di Rossini.

Stay tuned.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

  • Chi sta navigando   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.