alKyrinia IV

[Contest GdR] Il mondo sprecato

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Ed eccolo lì. In mezzo a tutti, pronto allo scontro. L'unica a tardare è la tromba. Degli usignoli cantano e spiccano il volo, una foglia cade imbrunita, un compagno si lamenta del sudore causato dall'elmo. Tutto intorno è controlllato e prevedibile, l'attenzione al massimo, tutti gli spostamenti ben calcolati. Non possiamo permetterci di soccombere, noi l'ultima milizia stailandiana, forse anche letoriana. Finchè uno sconquassamento di rumori non ci travolge, cavalli scalpitano, polvere, urla, velocità, trombe. Il comando è dato. Si parte, si parte, dentro un uragano di pensieri, lo scalpitio nei cervelli, l'aria nei nervi, i nemici negli occhi. Con lance li carichiamo, i nostri cavalli addosso a loro, le nostre armi si spezzano contro le loro armature, mentre le nostre s'infrangono come fossero di cartone sotto le loro pallottole. Compagni e cavalli muoiono. Rimango appiedato. Corro, vedo un nemico distratto, cerco di rubargli la pistola, lui mi spinge indietro non si sa come. In un millesimo di secondo guardo il campo. Sono rimasto quasi l'unico del mio esercito. Tutti morti. Dunque non c'è altro da fare, scappo. Mi si dica ciò che si vuole, traditore, fuggiasco, ma la mia vita è ancora lunga e non voglio morire. Scappo, scappo nei cespugli, poi nei boschi, sempre più oscuri e tetri.


 


Intanto penso ai tempi che furono. Quando Letorian era il piano per eccellenza, tutti eravamo ricchi e si campava. Certo, le due guerre del Forgondur non facevano intendere bene per Stàilanden, ma la vita andava avanti tranquilla. E poi Myralis. Anzi, prima Myralis. Sono arrivati da tempo, emigrati dal loro piano. Ci raccontavano la loro fine, perchè noi potessimo prevenire la nostra. E noi cosa gli rispondevamo? "Andatevene via!" "Tornate nel vostro piano!" "Ci rubate solo le terre!". E abbiamo ricevuto la nostra punizione. Pochi mesi fa, l'esercito nemico ha varcato il portale, su aeronavi, guidato da un re che aveva già dato rogne. Così, per far fronte alla minaccia, siamo stati reclutati in massa. Tutti i maggiorenni maschi dovevano prender parte alla guerra. Così partii anch'io, salutai la mia famiglia e m'imbarcai verso il campo.


 


In mezzo a questi pensieri scorgo un'ombra. Le foglie si muovono, esce qualcuno. E'un invasore. Scappo, quello non era attento, non ha fatto in tempo a prender l'arma, ma m'insegue, le mie gambe corron più veloci di un cavallo, il cuore scalpita. Mi guardo indietro, lui è vicino, ma posso seminarlo. Intorno a noi solo alberi, foglie, cespugli, una vera selva. M'infilo in una macchia, mi acquatto, cerco di nascondermi e non farmi vedere. Passa davanti a me, guarda verso di me. Non so quanto mi abbia guardato, e quanto tempo ho trattenuto il fiato, fatto sta che non mi ha visto. Faccio pochi passi indietro, vedo un frutto. Lo colgo. Da quant'è che non mangio? Un giorno, come minimo. Ma anche lui aveva posato l'occhio su quel frutto, si avvicina, io lo lascio cadere, mi vede. Giro il collo, pronto a scappare, ce n'è un altro: sono accerchiato. Con impeto mi infilo verso le loro gambe, mi respingono, mi prendono, mi divincolo, sguscio, cercano di fermarmi, io sono già lontano. Riprende l'interminabile corsa, davanti a me l'ignoto, dietro di me la morte.


 


E in mezzo a questa corsa non ho smesso di pensare. Perché c'invadono? Perché non se ne possono stare nel loro piano? Perchè vengono qui ad ucciderci, tanto sangue versato per nulla? Solo per espandere i loro domini, il loro terrore, la loro distruzione. Perché, perché, perché? Queste domande non me l'ero mai poste, se non ora. Sono cresciuto in una società in cui nessuno si opponeva alla guerra, se non pochi. Basti pensare a quelle del Forgondur. E probabilmente nemmeno loro, gli invasori, se le sono mai poste. Avrei voglia di chiederglielo, mille domande mi frullano per la testa.  Perché, a quale scopo, per quale fine? 


 


Mi fermo. Non so cosa mi abbia preso, forse un miscuglio di rassegnazione, ansia, ma soprattutto curiosità. Voglio saperlo, non posso portarmi queste domande dietro. Quindi arriva. Da solo, non c'è l'altro compagno. Io glielo chiedo. Lui mi risponde con la forza, io lo schivo. Ero bravo in ginnastica, prima che questo mondo mi rapisse. Mi arrampico su un albero, lui fa lo stesso, poi quando sta per raggiungermi si ferma: "Voi non avete fatto lo stesso? I nativi del Forgondur, ora vi tocca la stessa fine." Così dicendo si avvicina,sta per prendermi, io mi lancio su un altro albero, non cado per un pelo. Sfruttando un millesimo di secondo, ribadisco: "Ma questo è un mondo assolutamente privo di risorse minerarie, cosa ci fate?" Lui mi si ribalta addosso, schivo per un pelo il suo pugno. Oggi ho veramente molta fortuna. "Ci portiamo i nostri abitanti. Il nostro mondo non è abbastanza grande da contenerli tutti". Mi butto su un ramo sottostante, poi sull'altro e sull'altro ancora. Tocco il suolo, corro verso un cespuglio, prima di sparire nella fronda ribadisco: "I vostri mondi, per la precisione. Non potete fare come i myraliani? Sono venuti qui, ma pacificamente. Si conviveva con loro, a parte qualche caso. Perché dovete sterminarci tutti per questa esigua ragione?" Lui mi insegue, io mi butto, scappiamo e ci inseguiamo, in un continuo moto concentrico. Ed ecco, nella fuga, che la fortuna smette di assistermi: una radura, sconfinata, fiori, prato, erba. "E' vero, mi hai scoperto, non è questa la verità. Sapeste cosa c'è sotto! No, non siete abbastanza evoluti per saperlo." E così dicendo mi si butta addosso, gli artigli sotto l'armatura. "Se l'evoluzione è questa, grazie, ne faccio a meno." Ed ora arriva il suo compagno, con la pistola, spara, allo stesso momento c'è il suo compagno, mi prende, un pugno, i suoi artigli. E nell'ultimo millesimo di secondo, penso a tutta la tecnologia, senza uno scopo, messa a favore delle bestie, noi, loro, la tecnologia non ci ha fatto evolvere, forse anzi regredire, a quello stato in cui si prova piacere nel sottomettere povere persone senza un fine, se non per la ricchezza fine a se stessa. E se invece che nelle armi si applicasse a scopi pacifici? La mentalità dovrebbe andare di pari passo a quest'aumento, per non renderla senza scopo, fine alla morte. E durante tutto questo, il dolore aumentava, il sangue finiva e il cuore smetteva. I polmoni s'arrestavano, la vista fioca, di quel solo grigio distrutto, senza ne fine, ne scopo.


 


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